Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler sul film Sentimental Value.
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Con Sentimental Value, Joachim Trier firma uno dei film più rilevanti e maturi dell’ultima stagione cinematografica, arrivando con naturalezza anche nel perimetro delle candidature agli Oscar. Un risultato che non sorprende se si osserva il percorso del film: premiato a Cannes, accolto con entusiasmo dalla critica internazionale e discusso a lungo proprio per la sua capacità di raccontare il dolore senza mai trasformarlo in spettacolo. In un contesto come quello degli Academy Awards, spesso dominato da opere più esplicite o concettualmente “rumorose”, Sentimental Value si distingue per una forza opposta: quella della sottrazione, dell’ascolto, della fiducia nello spettatore. Le candidature non rappresentano quindi un punto di arrivo, ma la conferma di un cinema che ha scelto la via più difficile, quella dell’intimità.
La trama del film si muove su coordinate apparentemente semplici. Dopo la morte della madre, le sorelle Nora e Agnes tornano nella casa di famiglia a Oslo insieme al padre Gustav, un regista un tempo stimato e ora artisticamente e umanamente isolato. Questo ritorno non è solo geografico, ma emotivo: la casa diventa il luogo in cui riaffiorano ricordi, colpe taciute, ferite mai rimarginate. Gustav, nel tentativo di rientrare nel mondo del cinema, propone a Nora — attrice fragile, inquieta, incapace di separare il proprio dolore dalla propria identità — il ruolo principale del suo nuovo film. Il rifiuto della figlia e la scelta di affidare quel ruolo a una giovane attrice americana, accende una tensione che fa emergere dinamiche familiari profonde: gelosie, risentimenti, bisogno di riconoscimento, paura dell’abbandono.
Sentimental Value: dalle candidature agli Oscar a un racconto di ferite familiari

Sentimental Value non costruisce il suo racconto attorno a colpi di scena, ma attorno a fratture emotive. Il cinema dentro il cinema diventa uno specchio deformante della realtà, uno spazio in cui i personaggi cercano di riscrivere ciò che nella vita non hanno saputo affrontare. È un film che parla di lutto, di eredità emotiva e di legami imperfetti, e lo fa con una delicatezza rara. Le candidature agli Oscar, in questo senso, non celebrano solo un film riuscito, ma un’idea di cinema che osa rallentare, osservare e restare.
Sentimental Value è un film che rifiuta deliberatamente ogni forma di spettacolarizzazione del dolore. Joachim Trier costruisce un racconto che procede per sottrazione, evitando picchi emotivi artificiosi, evitando la catarsi facile, evitando soprattutto di trasformare il lutto in un evento narrativo da consumare. Il dolore, qui, non è un tema: è una condizione permanente. La morte della madre non è un detonatore drammatico, ma un vuoto strutturale che definisce tutto ciò che accade dopo. È un’assenza che pesa più di qualsiasi presenza, un silenzio che organizza lo spazio emotivo dei personaggi.
Il ritorno delle sorelle Nora e Agnes nella casa di famiglia a Oslo non ha nulla di riconciliatorio. Non è un viaggio di ritorno, ma un ingresso forzato in una memoria mai elaborata. La casa diventa un organismo emotivo: non un simbolo astratto, ma un luogo concreto che trattiene le fratture, le omissioni, le colpe mai nominate. Trier osserva questo spazio con uno sguardo sobrio, quasi clinico, lasciando che siano i dettagli minimi — una porta che non si apre più, una stanza evitata, uno sguardo che si interrompe — a raccontare ciò che le parole non riescono a contenere.
Sentimental Value recensione: la regia come gesto di intimità

La regia di Joachim Trier in Sentimental Value è un esercizio costante di prossimità emotiva. Non nel senso di un’intimità invadente o programmatica, ma come scelta etica prima ancora che stilistica. I movimenti di macchina sono spesso stretti, controllati, quasi trattenuti, come se la cinepresa avesse pudore nell’avvicinarsi troppo ai personaggi. Trier riduce al minimo la distanza tra spettatore e volto, ma senza mai forzare l’identificazione: resta addosso agli sguardi più a lungo del “necessario”, insiste su esitazioni, respiri interrotti, tempi morti che nel cinema tradizionale verrebbero tagliati. È in questi spazi sospesi che il film trova la sua verità emotiva.
Non c’è mai la volontà di spiegare un’emozione, né di guidare lo spettatore verso una reazione precisa. Trier lavora per attrito: lascia che siano le immagini a scontrarsi con ciò che lo spettatore porta con sé. I silenzi non sono pause narrative, ma materia viva. Ogni inquadratura sembra chiedere tempo, attenzione, disponibilità ad ascoltare ciò che non viene detto. È una regia che non accelera mai per paura di perdere chi guarda, e proprio per questo riesce a creare un legame profondo, quasi fisico, con i personaggi.
Sentimental Value recensione: fotografia, spazio e cinema nel cinema

La fotografia di Darius Khondji, girata in 35 mm, è fondamentale per questa sensazione di intimità trattenuta. La grana della pellicola restituisce una materialità rara, che dà peso al tempo e alle emozioni. Nulla appare levigato o artificiale: la luce è naturale, imperfetta, spesso fredda, coerente con l’ambientazione norvegese. Oslo non viene mai idealizzata né caricata di simbolismi: è una città quotidiana, concreta, a tratti spoglia, che riflette lo stato interiore dei personaggi senza diventare metafora esplicita. Gli spazi domestici, in particolare la casa di famiglia, sono ripresi come luoghi vissuti, segnati, saturi di memoria.
Il dispositivo del cinema dentro il cinema — il film che Gustav tenta di realizzare — non è mai un gioco metanarrativo compiaciuto. Al contrario, è un gesto disperato e profondamente umano: il tentativo di riscrivere attraverso l’arte ciò che nella vita è rimasto irrisolto. Trier usa questo elemento per interrogare il ruolo dell’artista, il confine sottile tra bisogno espressivo e manipolazione emotiva, tra confessione e controllo. La regia non giudica mai apertamente Gustav, ma lo espone, lasciando che siano le sue contraddizioni a parlare.
In Sentimental Value, la messa in scena diventa così uno strumento di verità: non per rivelare risposte, ma per rendere visibili le domande. È un cinema che non cerca di dominare il materiale emotivo, ma di accompagnarlo, con rispetto e lucidità. Ed è proprio in questa misura, in questa scelta di restare vicini senza invadere, che la regia di Trier trova la sua forza più autentica.
La recitazione come fulcro centrale del film

Sentimental Value vive e respira attraverso la recitazione. Joachim Trier affida agli attori il compito più delicato e rischioso: rendere visibile ciò che non viene detto, dare corpo a emozioni che non trovano mai una formulazione chiara. La sceneggiatura lascia ampi margini di silenzio, di sospensione, e sono proprio gli interpreti a riempire questi vuoti con una precisione quasi chirurgica. In questo senso, il film non “racconta” i sentimenti, ma li lascia affiorare attraverso la presenza fisica, i gesti minimi, il modo in cui i personaggi abitano lo spazio.
Renate Reinsve, nel ruolo di Nora, offre una performance di straordinaria finezza emotiva. Il suo personaggio è attraversato da una solitudine costante, da una tensione interna che non trova mai una vera esplosione. Reinsve lavora sui dettagli: sugli sguardi che si abbassano un istante prima del contatto, sulle frasi lasciate a metà, sulle pause che interrompono il linguaggio come se le parole fossero sempre insufficienti. Il dolore di Nora è trattenuto, quasi vergognoso, come se esprimerlo apertamente fosse una colpa. Ed è proprio questa repressione a renderlo devastante. Ogni sua apparizione porta con sé un senso di fragilità irrisolta, di identità costantemente in bilico tra ciò che è stata e ciò che non riesce a diventare.
La recitazione di Stellan Skarsgård e l’ombra sempre più concreta dell’Oscar
Se Sentimental Value riesce a colpire con una forza così silenziosa e persistente, una parte decisiva del merito va alla prova attoriale di Stellan Skarsgård, qui probabilmente al vertice di una carriera già monumentale. Nel ruolo di Gustav, padre irrisolto e regista in declino, Skarsgård costruisce un personaggio che rifiuta qualsiasi forma di redenzione facile. Gustav non è mai pensato per essere amato: è contraddittorio, egocentrico, emotivamente maldestro. Eppure, proprio attraverso questa scomodità, l’attore riesce a restituire un’umanità bruciante. Ogni gesto, ogni pausa, ogni sguardo tradisce un uomo che ha usato l’arte come sostituto dell’amore e che ora si trova disarmato davanti alle conseguenze.
Skarsgård non alza mai la voce per dominare la scena, non cerca il momento iconico, non indulge nel melodramma. Al contrario, lascia che il personaggio emerga attraverso crepe, esitazioni, frasi dette a metà. Gustav è spesso incapace di esprimere ciò che prova nel modo giusto, e questa incapacità diventa il cuore stesso della performance. È un padre che ferisce anche quando tenta di avvicinarsi, un artista che confonde il bisogno di raccontare con quello di controllare. Skarsgård rende tutto questo senza mai spiegare, affidandosi a una presenza fisica e psicologica che grava sul film come un peso costante.
Una performance da Oscar costruita sul disagio

È proprio questa scelta anti-spettacolare a rendere la sua candidatura come miglior attore non protagonista estremamente solida, forse addirittura favorita. In un panorama spesso dominato da interpretazioni “urlate” o trasformative, Skarsgård propone l’opposto: una recitazione che corrode dall’interno. Gustav non conquista la scena, la contamina. Il suo dolore non esplode mai del tutto, ma resta sospeso, irrisolto, come una colpa che non trova assoluzione. È una performance che chiede allo spettatore uno sforzo attivo, perché non offre appigli emotivi immediati.
Se l’Academy sceglierà di premiarlo, non sarà soltanto un riconoscimento a un grande attore, ma a un’idea di recitazione adulta, rigorosa, profondamente coerente con il cinema di Joachim Trier. Skarsgård dimostra che si può essere devastanti senza essere compiacenti, memorabili senza essere enfatici. Il suo Gustav resta addosso allo spettatore perché non viene mai “risolto”. Ed è proprio in questa mancanza di chiusura che si nasconde la sua forza più grande.
Sentimental Value e La persona peggiore del mondo: continuità e maturazione dello sguardo

Per comprendere davvero Sentimental Value, è inevitabile metterlo in dialogo con La persona peggiore del mondo, il film che ha consacrato Joachim Trier a livello internazionale. Le due opere condividono molto più di una firma autoriale: sono parte di un percorso coerente, quasi una riflessione in due tempi sul disagio emotivo contemporaneo, ma affrontato da prospettive profondamente diverse. Se La persona peggiore del mondo raccontava l’instabilità identitaria, il desiderio e la paura di scegliere attraverso lo sguardo di una giovane donna in costante movimento, Sentimental Value compie un passo ulteriore: rallenta, si chiude, guarda all’interno di una famiglia e al peso del tempo che si accumula invece di disperdersi.
Nel film precedente, Trier utilizzava una struttura frammentata, capitoli dichiarati, voice-over ironico e una regia più libera, quasi giocosa. Julie era un personaggio che sfuggiva continuamente a definizioni, e il film ne abbracciava l’irrequietezza, oscillando tra leggerezza e malinconia. In Sentimental Value, al contrario, quella vitalità frammentaria si trasforma in immobilità emotiva. Nora non fugge: resta. E proprio in questo restare si concentra il dolore. La macchina da presa si fa più discreta, meno brillante, più ostinatamente aderente ai volti. L’ironia lascia spazio a una tenerezza trattenuta, spesso soffocata, che non cerca mai l’effetto liberatorio.
Due dolori diversi raccontati con una dolcezza unica
Il legame tra i due film è anche tematico. Entrambi parlano di identità, ma mentre La persona peggiore del mondo esplora il timore di diventare qualcosa, Sentimental Value affronta il peso di ciò che si è già diventati, spesso senza averlo scelto. La famiglia, quasi assente o laterale nel film del 2021, diventa qui il nucleo centrale: non come rifugio, ma come archivio di ferite irrisolte. È come se Trier avesse spostato lo sguardo dalla crisi individuale a quella generazionale, dalla domanda “chi sono?” alla più dolorosa “da dove vengo?”.
Anche il ruolo dell’arte cambia. In La persona peggiore del mondo la creatività è desiderio, possibilità, apertura. In Sentimental Value il cinema è memoria, controllo, tentativo di riscrittura del passato. Non più promessa, ma confronto. Questo rende il film del 2025 più cupo, più denso, ma anche più maturo. Non rinnega l’opera precedente: la completa. Sentimental Value sembra nascere proprio da ciò che La persona peggiore del mondo lasciava in sospeso, come se Trier avesse deciso di tornare su quelle emozioni per guardarle senza più la protezione dell’ironia.
Sentimental Value recensione: padri, sorelle e dinamiche di sostituzione

Accanto a lei, Stellan Skarsgård costruisce un Gustav profondamente scomodo e dolorosamente umano. È un padre egocentrico, fragile, incapace di amare senza ferire, eppure mai ridotto a una caricatura. Skarsgård evita qualsiasi compiacimento: il suo personaggio non chiede empatia, ma la impone attraverso una vulnerabilità mal gestita, esibita e subito ritratta. Gustav è un uomo che ha usato l’arte come scudo e come arma, che ha trasformato il cinema in un modo per sottrarsi alle proprie responsabilità emotive. Ora, però, è costretto a confrontarsi con ciò che ha lasciato dietro di sé, e Skarsgård restituisce questa frattura con una brutalità silenziosa, fatta di scatti improvvisi e improvvisi ripiegamenti.
Inga Ibsdotter Lilleaas interpreta Agnes come un punto di equilibrio discreto ma fondamentale. È la sorella che osserva, che tiene insieme, che assorbe le tensioni senza mai mettersi al centro. La sua forza non è dichiarata, ma costante, e diventa il vero collante emotivo del film. La giovane attrice americana inserita nel racconto non è un semplice elemento di contrasto narrativo: è un catalizzatore. Attraverso di lei emergono gelosie, insicurezze, dinamiche di sostituzione che parlano di valore, visibilità e riconoscimento. In Sentimental Value, la recitazione non serve a spiegare i personaggi, ma a farli esistere. Ed è in questa esistenza fragile, imperfetta e dolorosamente vera che il film trova la sua forza più profonda.
Sentimental Value recensione: sceneggiatura, dialoghi e morale sommersa
La sceneggiatura di Sentimental Value, firmata da Joachim Trier insieme a Eskil Vogt, è costruita interamente attorno al non detto. È una scrittura che rinuncia deliberatamente alla chiarezza espositiva, che rifugge le battute risolutive e le confessioni liberatorie. I dialoghi sono frammentari, spezzati, spesso inconcludenti. I personaggi parlano molto, ma comunicano poco. Si interrompono, si contraddicono, cambiano argomento quando il discorso si avvicina troppo a una verità dolorosa. Nessuno “parla bene”, nessuno riesce davvero a dire ciò che intende. Ed è proprio in questa imperfezione che la sceneggiatura trova la sua forza più autentica.
Trier e Vogt mostrano una comprensione profonda del modo in cui le persone comunicano quando sono emotivamente bloccate. Le parole diventano strumenti difensivi, maschere, deviazioni. Il linguaggio non serve a chiarire, ma a prendere tempo, a evitare il confronto diretto con il dolore. Questa scelta rende Sentimental Value estremamente realistico e, allo stesso tempo, emotivamente esigente: lo spettatore non viene guidato, non riceve spiegazioni, ma è chiamato a leggere tra le righe, a cogliere il senso nei silenzi, negli sguardi, nei vuoti.
Il suicidio della madre è uno degli elementi centrali del film, ma viene trattato con un rispetto assoluto. Non c’è alcuna morbosità, nessuna spettacolarizzazione del trauma, nessun ricatto emotivo. Il lutto non è mai usato come shock narrativo, ma come una presenza costante, sotterranea, che influenza ogni relazione e ogni scelta. È una ferita che non si chiude e che, proprio per questo, diventa una lente attraverso cui osservare le responsabilità emotive, le omissioni, i meccanismi di difesa costruiti nel tempo. Il film non cerca colpevoli, né propone una lettura univoca degli eventi: mostra piuttosto come il dolore, quando non viene elaborato, si trasmetta, si trasformi, si annidi nelle relazioni familiari.
Sentimental Value recensione: arte, controllo e accettazione dell’incertezza

La morale di Sentimental Value non è mai esplicitata. Non c’è una lezione dichiarata, non c’è una conclusione rassicurante. Il senso del film emerge lentamente, attraverso l’accumulo di esperienze, di tentativi falliti, di momenti di avvicinamento e di nuove fratture. Trier suggerisce che crescere non significhi “risolvere” il passato, ma imparare a convivere con esso. Accettare l’incertezza, rinunciare all’idea di una versione definitiva di sé stessi, riconoscere che alcune ferite non si sanano, ma si integrano. È una visione profondamente adulta e, per questo, estremamente attuale.
Il cinema, all’interno del film, assume un ruolo ambiguo e centrale. Per Gustav, l’arte è una possibilità di riconnessione, ma anche uno strumento di controllo. Fare un film diventa un modo per riscrivere il passato, per imporre una narrazione che forse nella vita reale non è mai stata possibile. Trier non idealizza l’atto creativo: ne mostra i limiti, l’egoismo, la violenza involontaria che può esercitare sugli altri. L’arte non salva automaticamente, non redime per definizione. Può ferire tanto quanto può avvicinare.
Eppure, nonostante questa lucidità critica, Sentimental Value non rinnega il valore del raccontare. Rimane l’idea che provare a dire, anche in modo imperfetto, anche tardi, anche sbagliando, sia comunque un gesto necessario. Raccontare non guarisce tutto, ma apre uno spazio. E in quello spazio fragile, incerto, incompleto, il film trova la sua verità più profonda.
La scelta di restare e il valore compreso in esso
La pellicola rifiuta consapevolmente ogni funzione terapeutica. Non cerca di guarire lo spettatore, non promette sollievo, non offre appigli emotivi facili a cui aggrapparsi una volta terminata la visione. È un’opera che chiede una cosa molto più difficile: restare. Restare dentro il disagio, dentro le fratture, dentro quelle zone grigie dell’esperienza umana che il cinema spesso aggira o addolcisce. Joachim Trier firma probabilmente il suo film più maturo proprio per questo motivo. Non perché rinunci all’ambizione formale o tematica, ma perché accetta fino in fondo i limiti del racconto, i limiti del cinema stesso.
È una scelta radicale, soprattutto se inserita nel contesto di un panorama cinematografico sempre più orientato alla spiegazione, alla chiusura, alla rassicurazione. Sentimental Value si muove in direzione opposta. Non costruisce un arco emotivo che porta a una catarsi esplicita, non guida lo spettatore verso una reazione precisa. Al contrario, lascia che le emozioni emergano per sedimentazione, attraverso piccoli spostamenti interni, attraverso momenti apparentemente minimi che, messi insieme, acquistano un peso enorme. Trier sembra dirci che non tutto deve trovare una forma ordinata, che alcune storie non si chiudono, ma continuano a esistere così come sono: incomplete, irrisolte, fragili.
Il valore sentimentale evocato dal titolo non ha nulla a che fare con la nostalgia o con una memoria idealizzata del passato. Non c’è compiacimento nel ricordo, né desiderio di tornare indietro. Il valore sentimentale, qui, è il peso emotivo delle cose che restano anche quando fanno male. È il carico invisibile delle relazioni imperfette, delle parole non dette, delle occasioni mancate. È ciò che continua a vivere dentro i personaggi nonostante il tempo, nonostante i tentativi di rimozione. Sentimental Value parla di famiglie che feriscono, che si costruiscono su silenzi e mancanze, ma che proprio per questo possono forse imparare a guardarsi con maggiore onestà.
Il rischio dell’ambiguità e la fiducia nello spettatore

In un’epoca in cui molte opere sembrano avere paura del vuoto, dell’ambiguità, del silenzio, Sentimental Value sceglie deliberatamente il rischio. È un film che non teme di lasciare domande aperte, di non spiegare tutto, di non chiudere ogni arco narrativo. Questa scelta non è un esercizio di stile, ma una presa di posizione etica e artistica. Trier si affida alla sensibilità di chi guarda, alla sua capacità di leggere tra le righe, di ascoltare ciò che non viene detto. Non impone un’emozione, non costruisce scorciatoie manipolative. Lascia che il senso emerga lentamente, in modo personale, diverso per ciascuno.
Ed è proprio questa fiducia nello spettatore a rendere Sentimental Value un film profondamente raro. Invece di guidare, accompagna. Evita di spiegare, suggerisce. Invece di chiudere, apre. È un cinema che non teme di essere attraversato in modo diverso da chiunque lo incontri, che accetta l’idea di non essere compreso allo stesso modo da tutti. Questa apertura rende il film più fragile, ma anche infinitamente più onesto.
Sentimental Value non è un film facile, e non vuole esserlo. Richiede attenzione, disponibilità emotiva e pazienza. È un’opera che non si esaurisce nel tempo della visione, ma che continua a lavorare dentro, a distanza di giorni, forse di anni. Parla di dolore generazionale, di lutto represso, di eredità emotive che si trasmettono senza essere mai nominate. Parla dell’arte come gesto imperfetto ma necessario, come tentativo umano di dare forma a ciò che forma non ha. E lo fa con una delicatezza che non diventa mai debolezza, con una profondità che non cerca di impressionare, ma di restare. Proprio come il film stesso.






