9) 8½ (1963)

C’è un momento, in 8½, in cui Guido Anselmi – alter ego di Federico Fellini – fluttua tra le donne della sua vita come un bambino viziato, portato in trionfo. Un momento onirico, teatrale, che sfugge alle regole del tempo e dello spazio. È lì, in quella sequenza surreale e infantile, che il cinema di Fellini si rivela per ciò che è.
Una macchina dei sogni, certo, ma anche uno specchio deformante, un rituale pagano e personale in cui lo stile è sostanza, e l’inconscio si mette in scena senza maschere.
Quando uscì nel 1963, 8½ sembrava il passo successivo di una carriera già straordinaria. Dopo La dolce vita, Fellini aveva toccato con mano il vuoto esistenziale del boom economico italiano. Con 8½, decise di guardare dentro sé stesso, ma quello che mise in scena non era una confessione lineare o un’autobiografia romanzata.
Il film racconta la storia di un regista in crisi creativa, alle prese con un film che non riesce a scrivere. Fellini trasforma questa crisi in poetica: non c’è più una separazione netta tra realtà e immaginazione, tra presente e passato. La trama si dissolve, come dissolvenze incrociate tra i ricordi dell’infanzia, le fantasie sessuali e i momenti di disincanto adulto. Il gesto più radicale di Fellini in 8½ è quello di trasformare il regista stesso in protagonista. Guido Anselmi (Marcello Mastroianni, in una delle performance più sottili della sua carriera) è un uomo che ha perso il controllo non solo del suo film, ma della sua identità. È il regista che non ha più nulla da dire, e proprio per questo inizia a dire tutto.
Con questo artificio – che oggi potremmo chiamare “meta-cinema” ma che allora era un colpo di genio – Fellini inventa un nuovo modo di fare cinema: quello dell’autoritratto onirico. Non ci sono più barriere tra arte e vita, tra autore e opera. Fellini non ci racconta la crisi creativa, ce la fa vivere.
10) Suspiria (1977)

Nel 1977, Dario Argento firma un film che non assomiglia a nulla di ciò che l’horror italiano avesse mai visto fino a quel momento. Suspiria (disponibile sul catalogo Prime Video) non è solo un film dell’orrore, bensì un’esperienza sensoriale estrema, un delirio visivo, una favola nera in acido che ha riscritto nel migliore dei modi le regole del genere. A quasi cinquant’anni dalla sua uscita, resta un’opera unica e irripetibile, capace di suggestionare, disturbare, ipnotizzare.
Suzy Bannion, giovane ballerina americana, arriva in Germania per studiare danza all’Accademia Tanz di Friburgo. Ma già dall’aeroporto, qualcosa non quadra e l’Accademia si rivela ben presto un luogo infestato da una presenza oscura. Dario Argento non costruisce il film sulla logica o sullo sviluppo psicologico dei personaggi: ciò che conta è l’atmosfera. L’accumulo di simboli, suoni, colori, inquadrature disturbanti.
L’orrore, nel film migliore di Dario Argento, è un fatto percettivo.
Il tratto più celebre e rivoluzionario di Suspiria è l’uso del colore. Girato in Technicolor e illuminato con gelatine cromatiche degne di un’opera pop-espressionista. Argento, insieme al direttore della fotografia Luciano Tovoli, costruisce uno spazio cinematografico che non rappresenta la realtà, ma la sua deformazione onirica. E in questo, Suspiria si avvicina più a un’esperienza lisergica che a un horror narrativo tradizionale.
Nel 2018 Luca Guadagnino ha tentato l’impossibile: realizzare un remake di Suspiria. Il risultato? Un film affascinante, denso di significati politici e psicologici, completamente diverso per stile e approccio. Guadagnino sceglie la strada della decostruzione, abbandonando la sinestesia horror di Argento per un dramma metafisico sull’identità e la colpa. Proprio per questo, la versione originale resta inimitabile.




