Vai al contenuto
Home » Film » 10 grandi film che vanno presi con il cuore e non con la testa

10 grandi film che vanno presi con il cuore e non con la testa

9) 8½ (1963)

Credits: Netflix

C’è un momento, in , in cui Guido Anselmi – alter ego di Federico Fellini – fluttua tra le donne della sua vita come un bambino viziato, portato in trionfo. Un momento onirico, teatrale, che sfugge alle regole del tempo e dello spazio. È lì, in quella sequenza surreale e infantile, che il cinema di Fellini si rivela per ciò che è.

Una macchina dei sogni, certo, ma anche uno specchio deformante, un rituale pagano e personale in cui lo stile è sostanza, e l’inconscio si mette in scena senza maschere.

Quando uscì nel 1963, sembrava il passo successivo di una carriera già straordinaria. Dopo La dolce vita, Fellini aveva toccato con mano il vuoto esistenziale del boom economico italiano. Con , decise di guardare dentro sé stesso, ma quello che mise in scena non era una confessione lineare o un’autobiografia romanzata.

Il film racconta la storia di un regista in crisi creativa, alle prese con un film che non riesce a scrivere. Fellini trasforma questa crisi in poetica: non c’è più una separazione netta tra realtà e immaginazione, tra presente e passato. La trama si dissolve, come dissolvenze incrociate tra i ricordi dell’infanzia, le fantasie sessuali e i momenti di disincanto adulto. Il gesto più radicale di Fellini in è quello di trasformare il regista stesso in protagonista. Guido Anselmi (Marcello Mastroianni, in una delle performance più sottili della sua carriera) è un uomo che ha perso il controllo non solo del suo film, ma della sua identità. È il regista che non ha più nulla da dire, e proprio per questo inizia a dire tutto.

Con questo artificio – che oggi potremmo chiamare “meta-cinema” ma che allora era un colpo di genio – Fellini inventa un nuovo modo di fare cinema: quello dell’autoritratto onirico. Non ci sono più barriere tra arte e vita, tra autore e opera. Fellini non ci racconta la crisi creativa, ce la fa vivere.

10) Suspiria (1977)

Credits: Prime Video

Nel 1977, Dario Argento firma un film che non assomiglia a nulla di ciò che l’horror italiano avesse mai visto fino a quel momento. Suspiria (disponibile sul catalogo Prime Video) non è solo un film dell’orrore, bensì un’esperienza sensoriale estrema, un delirio visivo, una favola nera in acido che ha riscritto nel migliore dei modi le regole del genere. A quasi cinquant’anni dalla sua uscita, resta un’opera unica e irripetibile, capace di suggestionare, disturbare, ipnotizzare.

Suzy Bannion, giovane ballerina americana, arriva in Germania per studiare danza all’Accademia Tanz di Friburgo. Ma già dall’aeroporto, qualcosa non quadra e l’Accademia si rivela ben presto un luogo infestato da una presenza oscura. Dario Argento non costruisce il film sulla logica o sullo sviluppo psicologico dei personaggi: ciò che conta è l’atmosfera. L’accumulo di simboli, suoni, colori, inquadrature disturbanti.

L’orrore, nel film migliore di Dario Argento, è un fatto percettivo.

Il tratto più celebre e rivoluzionario di Suspiria è l’uso del colore. Girato in Technicolor e illuminato con gelatine cromatiche degne di un’opera pop-espressionista. Argento, insieme al direttore della fotografia Luciano Tovoli, costruisce uno spazio cinematografico che non rappresenta la realtà, ma la sua deformazione onirica. E in questo, Suspiria si avvicina più a un’esperienza lisergica che a un horror narrativo tradizionale.

Nel 2018 Luca Guadagnino ha tentato l’impossibile: realizzare un remake di Suspiria. Il risultato? Un film affascinante, denso di significati politici e psicologici, completamente diverso per stile e approccio. Guadagnino sceglie la strada della decostruzione, abbandonando la sinestesia horror di Argento per un dramma metafisico sull’identità e la colpa. Proprio per questo, la versione originale resta inimitabile.

Ti è piaciuto l'articolo?
Abbonati per ricevere altri consigli personalizzati per i tuoi gusti direttamente sulla tua email.
Pagine: 1 2 3 4