3) Ritratto della giovane in fiamme
Ritratto della giovane in fiamme è un’opera magistrale di Céline Sciamma, un film che non grida e soprattutto non consola, non vuole consolare. Si muove piano, come un pennello sulla tela, e racconta una storia d’amore proibita nella Francia del XVIII secolo tra due donne. Tra una nobildonna promessa in sposa, Héloïse (Adèle Haenel) e la pittrice incaricata di ritrarla, Marianne (Noémie Merlant). Due esistenze all’apparenza inconciliabili che si incontrano nel silenzio, nell’osservazione, nello spazio sospeso di uno sguardo. Sciamma costruisce il film con una delicatezza disarmante, rinunciando a qualsiasi enfasi melodrammatica. Non ci sono colonne sonore a sottolineare le emozioni, solo il rumore del vento, del fuoco che arde e del mare che si infrange. Ogni gesto, ogni sguardo, ogni silenzio diventa così carico di tensione da risultare quasi insostenibile.
Il desiderio non esplode: si trattiene e poi si nasconde, fino a quando non può più fare a meno di rivelarsi. E quando accade, non è liberatorio, ma tragico e magnifico allo stesso tempo. Il film evoca suggestioni che partono da Jane Austen e passano per le atmosfere sospese e oniriche di Mulholland Drive e la composizione cromatica e pittorica di Barry Lyndon. Eppure, Ritratto della giovane in fiamme è qualcosa di diverso, di irripetibile. La regia precisa di Sciamma fa di ogni inquadratura un’opera d’arte in sé. La scena finale del film – senza parole, affidata solo al volto e alle lacrime – è una delle più memorabili e devastanti della cinematografia recente. Questo è un film che chiede pazienza, ma restituisce profondità. Non tutti riescono forse a coglierne la grazia, ma chi riesce a lasciarsi andare trova una riflessione struggente sulla memoria, sull’arte e sull’amore che, anche se finisce, continua a bruciare.
4) The Farewell
The Farewell, film scritto e diretto da Lulu Wang, si ispira a un episodio realmente vissuto dalla regista. Affronta una questione etica e culturale tanto semplice quanto complessa: è giusto mentire per proteggere una persona che si ama? Il film parte da questa domanda per raccontare una storia familiare intima, segnata dallo scontro – mai violento ma profondo – tra due visioni del mondo, quella occidentale e quella orientale. La protagonista è una giovane donna cino-americana, interpretata con sensibilità da Awkwafina, che scopre che la sua nonna, rimasta in Cina, è gravemente malata. Ma c’è un problema: secondo la tradizione cinese, alla nonna non viene detto nulla. La diagnosi resta un segreto, condiviso solo dai familiari, che organizzano in fretta un matrimonio fittizio come scusa per riunire la famiglia un’ultima volta, senza mai nominare apertamente l’addio imminente.
La struttura del film è semplice, quasi quotidiana, e Lulu Wang sceglie di non forzare mai il tono. Niente scene eccessivamente drammatiche, nessuna ricerca del pathos a tutti i costi. The Farewell lavora in sottrazione, ed è uno dei migliori film in questo senso: punta su dialoghi e gesti minimi, oltre che su silenzi carichi di significato. La forza emotiva del racconto nasce proprio da questa scelta di sobrietà. Awkwafina, qui in un ruolo molto diverso da quelli a cui è solitamente associata, restituisce il senso di smarrimento e di doppia appartenenza del suo personaggio, sospeso tra due culture. Accanto a lei, Zhao Shuzhen interpreta la nonna con energia e umanità, regalando al film momenti di autenticità e leggerezza. The Farewell è un film sulla famiglia, sulle differenze culturali e sulla difficoltà di comunicare ciò che davvero conta. Senza sentimentalismi, ma lucido e caloroso, accogliente, racconta come a volte una bugia possa diventare un atto d’amore.






