Vai al contenuto
Home » Film

10 film che sono ‘quasi perfetti’ secondo Rotten Tomatoes (e forse non li hai ancora visti) 

Ritratto della giovane in fiamme

Ogni giorno proviamo a raccontare le serie TV con la stessa cura e passione che ci hanno fatto nascere. Se sei qui, probabilmente condividi la stessa passione anche tu. E se quello che facciamo è diventato parte delle tue giornate, allora Discover è un modo per farci sentire il tuo supporto.

Con il tuo abbonamento ci aiuti a rimanere indipendenti, liberi di scegliere cosa raccontare e come farlo. In cambio ricevi consigli personalizzati e contenuti che trovi solo qui, tutto senza pubblicità e su una sola pagina. Grazie: il tuo supporto fa davvero la differenza.

➡️ Scopri Hall of Series Discover

Rotten Tomatoes, il celebre aggregatore di recensioni, è spesso considerato un faro nella scelta dei film da guardare. Con il suo sistema di valutazione riesce a riflettere sia il consenso critico che del pubblico. Ma tra i titoli che sfiorano la perfezione, con punteggi altissimi e un riconoscimento unanime, si nascondono pellicole meno conosciute o passate un po’ in sordina, che meritano di essere riscoperte. Nel seguente articolo parliamo di 10 dei migliori film degli ultimi anni, “quasi perfetti” secondo Rotten Tomatoes. Capolavori spesso trascurati che possono sorprendere anche gli spettatori più esperti. Tra drammi intensi e documentari toccanti e delicati, Rotten Tomatoes consiglia di immergerci in storie che hanno conquistato critica e pubblico, ma che forse non tutti hanno avuto modo di vedere.

1) Senza lasciare traccia, uno dei migliori film degli ultimi anni secondo Rotten Tomatoes (qui invece trovate i 100 peggiori film di sempre secondo la piattaforma)

I protagonisti di Senza lasciare traccia in una scena del film
credits: First Look Media

“Penso che sarebbe più facile per noi se cercassimo di adattarci” — è una frase semplice, sussurrata più che dichiarata, ma racchiude tutto il cuore del film. Una riflessione amara, quasi una resa, che incarna la tensione di un padre e di una figlia che scelgono volontariamente l’isolamento. Scelgono di vivere ai margini della società nelle foreste rigogliose e silenziose dell’Oregon. Senza lasciare traccia non alza mai la voce, non cerca lo shock o il colpo di scena. È una narrazione che si insinua lentamente, come la nebbia che avvolge i boschi al mattino, lasciando un’impronta emotiva profonda senza mai imporsi. Ben Foster offre un’interpretazione ruvida, che sembra nascere dalla terra stessa, elemento centrale del film di Debra Granik. Il suo personaggio è attraversato da una dignità spezzata, ferita, che non cerca pietà ma comprensione. 

Accanto a lui, Thomasin McKenzie: nei suoi silenzi, nei suoi sguardi, nella sua presenza vigile e trattenuta, abita tutto il peso di un’esistenza a metà tra la fedeltà e il desiderio di libertà. Non ci sono antagonisti evidenti in questa storia. Il mondo che li circonda non è ostile, solo incapace di comprendere chi sceglie di sparire. Ed è proprio questa assenza di giudizio che rende Senza lasciare traccia così potente. La regista Debra Granik, già autrice di Un gelido inverno, evita qualsiasi spiegazione didascalica. Preferisce osservare, lasciare spazio e concedere tempo ai personaggi e a chi guarda. Lo fa con una regia discreta, in cui anche la natura sembra respirare insieme ai protagonisti, diventando spettatrice silenziosa delle loro scelte. La forza del film sta tutta nella sua delicatezza. Quando la separazione tra padre e figlia diventa inevitabile, non arriva come uno strappo crudele, ma come qualcosa di necessario e, in fondo, naturale.

2) Il gioco del destino e della fantasia

I protagonisti de Il gioco del destino e della fantasia
credits: NEOPA

Wheel of Fortune and Fantasy, nota con il titolo italiano Il gioco del destino e della fantasia, è un’opera di una raffinatezza rara. La firma è di Ryusuke Hamaguchi, acclamato regista di Drive My Car. Con la delicatezza di chi conosce profondamente la natura umana, Hamaguchi compone tre racconti slegati nella trama ma uniti da un filo sottilissimo. Al centro della narrazione ci sono il desiderio, l’equivoco, l’attesa e la trasformazione. In ognuno dei racconti, il regista giapponese costruisce interi mondi interiori utilizzando strumenti minimi: una stanza, due personaggi, una conversazione che si allunga, si spezza cambiando direzione. Eppure, in questa apparente semplicità, si spalancano abissi emotivi. La macchina da presa resta spesso immobile, quasi trattenendo il respiro, mentre i personaggi esitano, si aprono, si contraddicono. C’è una grazia sotterranea nel modo in cui ogni storia si avvicina all’idea di connessione per poi spostarsi altrove, con dolcezza oppure con una punta di crudeltà. 

Non si tratta di storie d’amore in senso tradizionale, ma di momenti sospesi in cui le emozioni – autentiche e complesse – prendono forma. L’amore, ne Il gioco del destino, non è un evento romantico ma qualcosa di più vasto, quasi sacro. Il tema delle occasioni mancate attraversa l’intero film: sogni che svaniscono, parole che arrivano tardi, incontri che non diventano quello che potrebbero essere. Ma Hamaguchi non si abbandona mai al melodramma. Il suo interesse è tutto rivolto alle persone, ai loro moti interiori, ai modi in cui la fantasia e il rimpianto si mescolano e si riflettono nelle scelte più piccole. Ogni episodio potrebbe esistere come un racconto a sé, ma messi insieme formano un mosaico più ampio, una meditazione dolceamara sulla possibilità di cambiare rotta, anche quando sembra troppo tardi. Alla fine, non è raro restare seduti in silenzio, con la sensazione che qualcosa – impercettibile ma potente – si sia spostato dentro di noi.

Pagine: 1 2 3 4 5