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Ci sono film che sembrano piccoli, quasi laterali, e poi diventano giganteschi nel tempo di una visione. La vita va così è uno di questi. Arriva su Netflix come una commedia italiana ambientata in Sardegna (in streaming qui), con un protagonista anziano, un conflitto apparentemente semplice, una testardaggine che strappa sorrisi. Ma nel giro di pochi minuti capiamo che la risata è solo la soglia. Oltre c’è una storia che parla di casa, di appartenenza, di comunità, di solitudine e di dignità. E, soprattutto, di un uomo che non si sposta di un millimetro mentre il mondo intorno a lui cambia forma. Efisio Mulaz è un pastore anziano che vive dove ha sempre vissuto, in una casa che non è solo un edificio ma una continuità familiare, un luogo che custodisce memoria e identità. La sua quotidianità non ha nulla di straordinario, è fatta di gesti ripetuti e di abitudini difficili da lasciar andare.
La sua pace è semplice, essenziale, e proprio per questo sembra fragile di fronte a ciò che sta per arrivare.
Quando il progetto del resort prende forma, la questione non è soltanto urbanistica o economica, ma anche morale. La società immobiliare porta con sé una promessa di prosperità: lavoro, turismo, movimento, opportunità. Il paese ascolta, spera, immagina un futuro diverso. In questo scenario, il rifiuto di Efisio non è percepito come una scelta privata, ma come un ostacolo collettivo. Perché la pressione che si abbatte su di lui non è soltanto quella del denaro, ma è quella dello sguardo degli altri. Delle parole sussurrate, delle visite sempre più insistenti, delle argomentazioni che sembrano ragionevoli. “Pensa ai giovani”, “pensa a chi non trova lavoro”, “pensa a chi è costretto ad andarsene”. Ogni frase aggiunge un peso, e ogni tentativo di convincerlo trasforma la sua casa in un problema.

Efisio non vuole salvare il paese. Non vuole condannarlo. Vuole restare, e questo desiderio elementare diventa, agli occhi degli altri, una colpa. La vita va così racconta con grande lucidità questo meccanismo: quando una comunità fatica a immaginare il proprio futuro, cerca un responsabile per il proprio presente. E quel responsabile è spesso il più vulnerabile, il più solo, il meno attrezzato per difendersi. Nessuno gli riconosce il diritto di dire no senza doverlo giustificare. Nessuno accetta che la sua pace possa valere quanto un progetto milionario. La sua ostinazione viene letta come egoismo, la sua coerenza come chiusura mentale. E così, progressivamente, gli viene caricato addosso il destino di tutti. La fame di lavoro. Le attività che chiudono. I ragazzi che partono. Le difficoltà economiche di un territorio che da anni cerca una via d’uscita.
È un peso spoporzionato. Un peso che non dovrebbe gravare sulle spalle di un singolo.
Eppure La vita va così mostra quanto sia facile costruire questa narrazione: se accettasse, tutto cambierebbe. Se cedesse, il paese respirerebbe. Come se lo sviluppo dipendesse da un’unica firma. In questa dinamica, il conflitto con la società immobiliare passa quasi in secondo piano. Il vero strappo è quello con la comunità, essere messi contro la propria gente è una ferita più profonda. Perché la casa non è soltanto un luogo fisico, è anche l’insieme delle relazioni che la circondano. Quando quelle relazioni si incrinano, la solitudine diventa più netta. Il film non idealizza la posizione degli altri abitanti. La loro speranza è comprensibile, la loro stanchezza pure. Ma mostra con chiarezza quanto sia ingiusto trasformare un diritto individuale in una colpa collettiva. Efisio non ostacola iniziative diverse, ma difende il proprio spazio. E questo dovrebbre bastare.

La vita va così non racconta soltanto la resistenza di un uomo contro un progetto milionario. Racconta qualcosa di più universale e più scomodo: la fragilità del confine tra interesse collettivo e diritto individuale. Racconta quanto sia facile chiedere a qualcuno di sacrificarsi “per il bene di tutti”, e quanto sia difficile riconoscere che quel bene non può nascere dall’imposizione. Efisio decide di restare, e nel farlo afferma un principio che il film scolpisce senza retorica: la pace non è una concessione, è un diritto. La casa non è un ostacolo allo sviluppo, è il luogo in cui una vita prende forma. Nessuno dovrebbe essere costretto a scegliere tra la propria dignità e l’approvazione della comunità. Ed è proprio qui che il titolo acquista una profondità diversa.
La vita va così potrebbe sembrare una resa, una frase detta con le spalle alzate, come se tutto fosse inevitabile.
In realtà, nel percorso di Efisio, suona quasi come una dichiarazione di integrità. Questo non è solo il racconto di una storia familiare: è un invito a guardare negli occhi ciò che spesso preferiamo semplificare. Ci ricorda che dietro ogni conflitto c’è una casa, dietro ogni scelta c’è una paura, dietro ogni ostinazione c’è un amore che non sempre sa trovare le parole giuste. La vita va così: porta conflitti, pressioni, incomprensioni. Porta momenti in cui si resta soli contro molti. Ma va anche così perché esistono persone che non si piegano, che non scambiano la propria pace con una promessa incerta, che accettano le conseguenze delle proprie scelte senza trasformarle in rancore. Il titolo allora è consapevolezza che la vita non è sempre giusta, né semplice, e che proprio per questo ognuno deve poter difendere il proprio spazio senza essere colpevolizzato. E per questo, difendere ciò che si ama non è egoismo. È un atto di fedeltà. A se stessi, alla propria storia, e al proprio modo di abitare il mondo.







