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La potenza emotiva de La tomba delle lucciole

Seita e Setzuko

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Vedere La tomba delle lucciole al cinema è un’esperienza che non si dimentica. La storia di Seita e Setzuko apre una ferita che in un primo momento sembra essere superficiale, momentanea, ma che con il passare dei minuti – lentamente – inizia a bruciare e a penetrare in profondità. Questa sensazione di dolore sordo ma costante ci accompagna anche dopo l’uscita dalla sala, quando si torna a casa dai propri cari, ritrovando il calore di un focolare che abbiamo il privilegio di poter vivere. E prosegue nelle settimane successive, quando si riprende la routine del lavoro e degli impegni personali. La ferita resta lì, cicatrizzata ma mai del tutto guarita.

Questo film d’animazione realizzato dallo Studio Ghibli nel 1988 è un sussurro antimilitarista. Un’opera che parla di guerra sezionandone simbolicamente e duramente le conseguenze, ovvero l’impatto emotivo e sociale subìto dalla povera gente. Sì – è vero – ci sono i bombardieri americani, alti nel cielo come stormi di uccellacci metallici. Ci sono le abitazioni distrutte e le sirene, quelle di cui ci raccontavano anche i nostri nonni. C’è il panico delle persone per trovare protezione, le urla, i feriti e i morti, come la mamma dei due protagonisti. Tuttavia non compaiono schiere di soldati né colonnelli. Non esistono campi di battaglia, tattiche militari, spedizioni e vittorie. Esistono avanzi di riso da centellinare, verdure rubate, bambini che devono fare gli adulti e una grotta che diventa una casa improvvisata.

La tomba delle lucciole parla di vuoto, abbandono, mancanza, privazione, deperimento inesorabile e logorante, materiale e spirituale. E in mezzo a tutto questo – al Giappone del 1945 che è luogo e non luogo insieme – spolpato della propria essenza, masticato e rigettato dall’ingordigia delle fauci americane, ci sono due bambini che cercano di sopravvivere. E che falliscono nel tentativo.

I protagonisti
Credits: Studio Ghibli

Quando guardiamo un prodotto audiovisivo solitamente ci aspettiamo che, seppur nella sua potenziale drammaticità, ci sia uno spiraglio di speranza che si accenda da qualche parte durante la visione. La fruizione di questo film, invece, toglie qualsiasi possibilità. Ci toglie il fiato e il sonno. Ci sveste di tutte le banalità del quotidiano per farci indossare il reale. Un qualcosa che è accaduto davvero, anche se sembra incredibile e assurdo, e che sta accadendo anche ora mentre sono seduta al pc a scrivere queste righe. Osservando le ultime settimane di vita di Seita e Setzuko, ciò che monta dentro è una tristezza inconsolabile, accostata a una rabbia impotente. Una collera causata dall’indignazione, dall’incapacità di poter intervenire, aiutare.

Come si può vivere il proprio diritto all’infanzia quando la preoccupazione dominante diviene quella di procurarsi il cibo? Come si fa a bloccare quell’alieno deforme e tentacolare che manovra gli equilibri politici tra nazioni, incurante di ciò che accadrà ai popoli che le abitano? Incurante. Questa parola porta con sé una serie di sinonimi altrettanto apatici: indifferente, insensibile, impassibile.

La tomba delle lucciole vuole esattamente farci provare il contrario. Ci riporta all’essere umani. Al sentirsi parte di un gruppo allargato e sconfinato, che nutre compassione e comprensione. Di fronte a Seita e Setzuko non pensiamo ci sia la loro guerra o la nostra guerra. Pensiamo semplicemente che la guerra è guerra. Sempre e spaventosamente fedele a sé stessa. Successivamente a queste riflessioni subentra una sensazione di stordimento. Come se qualcuno seduto accanto a noi in sala ci avesse preso a sberle senza un valido motivo. Può infatti esistere davvero una ragione anche solo lontanamente decente che ci faccia chinare il capo e dire: “sì, in questo caso lo scontro militare è stato utile”? Ovviamente no, dannazione.

E dopo questo vorticoso girotondo emotivo che crea capogiro e instabilità, si arriva all’ultimo stadio. Il peggiore di tutti: quello della stupidità. Le oligarchie, il peso dato ai soldi come unico e per certi versi grottesco mezzo di scambio, i capricci borghesi e il becero consumismo con cui conviviamo ogni giorno sono vergognosi – per non dire ridicoli – se paragonati alla storia mostrata ne La tomba delle lucciole. Lo scopo dell’arte in generale e del cinema in particolare è proprio questo: farci provare sensazioni – a volte fortemente sgradevoli – pur di non lasciarci mai indifferenti.

A quanto descritto fino a ora bisogna poi aggiungere la naturale maestria degli artisti dello Studio Ghibli nel mescolare sapientemente tematiche senza tempo e simbolismi delicati attraverso i quali mostrare quelle stesse tematiche. Ci basti pensare, nel caso de La tomba delle lucciole, alla scatola di caramelle di Setzuko. La speranza e il tesoro di una bambina di quattro anni è tutta lì. In una confezione di metallo e nel gusto zuccheroso provato quando si assaporano quei confetti colorati. Un oggetto legatissimo all’infanzia e per questo motivo così stridente nel momento in cui la piccola lo tiene con sé poco prima di morire, succhiando una biglia fingendo che sia una caramella. La crudeltà della fame, della mancanza di sostentamento, viene racchiusa in un arnese del quotidiano.

Seita e Setzuko
Credits: Studio Ghibli

E poi naturalmente ci sono le lucciole, così belle e luminose quanto fragili ed effimere. La vita di questi insetti si spegne in un attimo, esattamente come quella delle persone. Come se ci fosse un tastino on\off da qualche parte sul loro corpicino. La magia della bioluminescenza temporanea si fa metafora della caducità, soprattutto durante conflitti bellici. “Perché le lucciole devono morire così presto”? domanda Setzuko mentre gioca con loro. Da adulti con una mano sul cuore e molte responsabilità attuali e pregresse, cosa potremmo mai rispondere? Probabilmente l’unica cosa che dovremmo fare è un lavaggio di coscienza collettiva. Prendere gli errori e gli orrori del passato e impedire che si ripetano.

Difatti gli spettatori che hanno scelto (come la sottoscritta) di fruire di quest’opera sanno di essere stati testimoni di un lutto universale. Quello di due bambini senza colpe a cui è stata tolto tutto, persino la dignità. Seita e Setzuko potrebbero essere Giacomo e Lucia. O Liam e Rose. Poco importa la latitudine e il momento storico: la morte ingiusta è uguale dappertutto. E il crimine che l’ha causata lo è altrettanto. La tomba delle lucciole e il regista Takahata ci mettono di fronte a questi concetti senza retorica e senza in alcun modo indorare la pillola.

Ecco perché ho dedicato un articolo alla potenza emotiva di questo film d’animazione. Perché abbiamo il dovere di tramandare certi racconti, di farcene carico anche se fanno male e di ricordarci come ci siamo sentiti quando li abbiamo visti, letti o ascoltati. Come diceva il buon Gino Strada: “Se l’uomo non butterà fuori dalla storia la guerra, sarà la guerra che butterà fuori dalla storia l’uomo”.