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È proprio vero: a volte le cose di cui abbiamo davvero bisogno si palesano mentre cerchiamo tutt’altro. Io, per esempio, la scorsa settimana stavo cercando una serie da cominciare su Netflix. Qualcosa di leggero, senza impegno. La piattaforma, che mi conosce e sa, mi ha consigliato un titolo in scadenza, La meglio gioventù. Il nome mi suonava, era uno di quelli che avevo tanto sentito nominare ma che non avevo mai guardato né cercato. Ma ormai era davanti a me, e leggendolo ho ricordato uno dei miei buoni propositi: recuperare qualcuno dei titoli cult che non ho mai visto, quei film e quelle serie che hanno contribuito a far fare all’intrattenimento qualche passo in più ma che io, nel mio essermi appassionata al cinema e alla serialità forse troppo tardi, o con un approccio più pop, non ho ancora apprezzato.
È più o meno così che ha avuto inizio la mia esperienza con La meglio gioventù, 360 minuti di pellicola realizzati da Marco Tullio Giordana. Un prodotto dalla distribuzione tutta sua, pensato come film per la tv in 4 puntate ma arrivato sugli schermi televisivi solo dopo la presentazione al Festival di Cannes – dal quale è tornato con il premio della sezione Un Certain Regard – e la diffusione cinematografica in 2 atti da 3 ore ciascuno. Poche volte ho sentito passare 360 minuti davanti allo schermo così velocemente. In poche occasioni 360 minuti mi sono sembrati non abbastanza. Ne avrei voluti ancora. Pochissime volte un prodotto del 2003 – che con tutta l’ansia del caso corrisponde a oltre 20 anni fa – mi è sembrato così attuale.
E ancora in preda a queste sensazioni, quella di parlarne qui con voi non era una voglia: era un vero e proprio bisogno.

Una storia italiana
La meglio gioventù è un prodotto d’intrattenimento che sfugge alle definizioni. È un film, un film per la tv, una serie? Difficile a dirsi. Non esito invece a identificarne il genere, un dramma storico. Ma se parlare di dramma storico vi fa pensare a una trama ambientata all’epoca delle polis greche, della vita di Cristo o del Medioevo, siete fuori strada.
Tutto ha inizio a Roma nel 1966, poco prima di quel Sessantotto che il mondo occidentale non lo ha semplicemente cambiato: lo ha rivoluzionato. Matteo e Nicola Carati sono due fratelli che più diversi di così non potrebbero essere. Uno studia Lettere e l’altro Medicina, uno passa la maggior parte del suo tempo in solitudine mentre l’altro non si separa dai suoi amici. Uno ha l’aria decisa ma anche un po’ malinconica di chi il mondo lo vive solo a modo suo; l’altro invece ha il viso dolce, la battuta sempre pronta e la curiosità di chi del mondo sa di sapere ancora poco, ma ha tutta l’intenzione di conoscerlo.
I due personaggi di La meglio gioventù, che conosciamo poco più che adolescenti, ci accompagnano in una trama che condensa nei 360 minuti di racconto 37 anni di storia nazionale e vicende umane. Dal 1966 al 2003 vediamo Matteo e Nicola compiere scelte di vita più o meno immaginabili, schierarsi politicamente, perdersi e poi ritrovarsi. Li vediamo combattere per i loro ideali e anche per la libertà di non averne. Ma soprattutto, li vediamo alla ricerca del proprio posto in una società poi nemmeno troppo distante nel tempo da quella odierna, ma di sicuro lontana nelle intenzioni e nell’essenza.

Quella di Nicola e Matteo in La meglio gioventù è un’Italia diversa.
E allora Giordana ci prende per mano e ce la fa girare in lungo e in largo tra Roma e Torino, Firenze e Palermo. Ma non è solo una questione di spazio: è più che altro una questione di tempo, perché dal 1966 al 2003 è successo praticamente di tutto. Ci sono i moti del Sessantotto, la rivoluzione studentesca, l’occupazione delle Università. Ci sono le Brigate Rosse, i rapimenti, il terrorismo nero e rosso con politici e civili sotto scorta. C’è la mafia che uccide e la vedova di Vito Schifani che prende la parola durante i funerali di Giovanni Falcone e di chi con lui nell’attentato di Capaci ha perso vita e futuro. C’è un pezzo enorme di storia contemporanea, quella stessa storia che troppo spesso ci sembra dimenticata. Che troppo spesso vogliamo dimenticare.
Non è passato neanche un secolo dalla Seconda Guerra Mondiale, e ancora meno da ciò che Marco Tullio Giordana a chissà quanti spettatori ha raccontato per la prima volta, perché a quelle pagine dei manuali di storia non arriviamo mai. Una volta letta la fine di Mussolini basta così, il nostro lo abbiamo fatto e quel che segue sono vicende di poco conto. Troppo lontane per essere considerate odierne, troppo vicine per essere viste come qualcosa da cui imparare. Eppure sono proprio lì, a un passo da noi. Gli anni di piombo, i manicomi e i pazzi trattati con l’elettroshock come se fosse una pillola qualunque. E poi gli anni Novanta, con quei modi così nuovi e i giovani così diversi da quelli di una volta.
È la nostra storia, così recente e così lontana.
In un mondo che cambia veloce e inesorabile, il pre-pandemia sembra un’altra vita. E se il 2019 è così distante, cosa sono il 1966, il 1984, il 2003 che La meglio gioventù racconta? Ricordi di un’era passata. Ma il passato torna sempre, e proprio per questo raccontarlo non è solo importante: è l’unica carta che possiamo giocare per non fare gli errori di un tempo. Raccontare la storia però non sempre è abbastanza.

A raccontarla così com’è si corre un rischio: quello di non riuscire a farla davvero sentire a chi ne fruisce. Quello di non riuscire a farla percepire allo spettatore come parte di un passato proprio, ma solo come parte di un’impersonale storia altrui. È il rischio di far somigliare un racconto che ci appartiene a quello che facciamo dei Sumeri, dell’Antica Roma o della persecuzione delle streghe. Cosa provavano i pompeiani mentre l’eruzione del Vesuvio li avvicinava inesorabilmente alla morte? Come affrontavano il panico le donne che sapevano che di lì a poco sarebbero state catturate e con ogni probabilità messe al rogo? Non lo sappiamo, e di solito neanche ce lo chiediamo. Tutto sommato, non ci interessa.
Pensiamo a chi la storia l’ha vissuta come a dei personaggi, più che a delle persone in carne e ossa. Le percepiamo come entità, parte di un racconto mai accaduto davvero. Come se fossero stati creati con carta e penna dalla fantasia di qualche autore. Non riusciamo e forse neanche proviamo a immedesimarci in loro, e di conseguenza non arriviamo mai a capirli nel profondo.
Ma cosa pensano, sentono e temono i personaggi di La meglio gioventù lo capiamo benissimo.
Capiamo la voglia che Nicola ha di fare la sua parte, prima come giovane studente, poi come medico che non può stare fermo davanti alle ingiustizie che vede. Capiamo il dramma di Giulia, che vive le conseguenze di scelte che non la portano nella direzione che aveva in mente. E ancora capiamo l’irrequietezza di Matteo, che nel suo sentirsi incompreso non si lascia comprendere, in un circolo vizioso che non riuscirà a trovare la giusta fine. Capiamo le ingiustizie subite da Giorgia e la difficoltà a ricominciare di Mirella, la rabbia di un’abbandonata Sara e l’ansia di Giovanna. Sono le sensazioni e le emozioni di una e più generazioni che si incontrano e scontrano, che si aggrappano l’una all’altra nel bene e nel male.

Con i suoi primi e primissimi piani, La meglio gioventù risponde all’esigenza fotografica di Mirella cogliendo l’essenza e il turbamento delle persone sulle quali punta l’obiettivo. Persone, più che personaggi, con le loro personali storie di drammi collettivi che permettono a ognuno di specchiarsi. Ho ritrovato un po’ di me in Sara e un altro po’ in Matteo e Andrea, ho rivisto mia madre in Adriana. Ho guardato Nicola con gli stessi occhi con cui ho guardato l’ultimo ragazzo di cui sono stata innamorata. E ho pensato che fortuna avere accanto una persona come lui.
Ricordare è sempre importante, ma riuscire a empatizzare con il ricordo è ciò che ci permette di renderlo qualcosa da cui imparare davvero.
Io con La meglio gioventù ho imparato qualcosa che nemmeno sapevo di aver bisogno di imparare: che bisogna saper perdonare e perdonarsi, per riuscire a percorrere davvero la strada che abbiamo davanti. Mi toccherà lavorarci su. Ma intanto, anche se La meglio gioventù nel catalogo Netflix ormai non c’è più, vi consiglio di fare una capatina su quelli di RaiPlay o Prime Video, se non lo avete ancora visto: abbiamo tutti, sempre, qualcosa da imparare.




