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Il Falsario – La Recensione del Film Netflix con Pietro Castellitto, ispirato a una storia vera

Il Falsario, film Netflix

Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler sul film Il Falsario.

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C’è una domanda che attraversa Il Falsario come una crepa sottilissima, mai davvero sanata, e che il film sceglie di non risolvere ma di abitare: cosa rende qualcuno un artista? Il talento in sé, la capacità di essere riconosciuto, oppure il contesto – storico, politico, culturale, che legittima quello sguardo? E se l’arte fosse solo una forma particolarmente raffinata di ambizione, quanto cambierebbe il nostro modo di guardarla e di percepirla?

Il nuovo film di Stefano Lodovichi, appena approdato su Netflix (qui in streaming), prende spunto dalla figura reale di Antonio Chichiarelli per costruire un racconto che è insieme biografico, storico e allegorico. Ma Il Falsario non è mai un biopic nel senso classico del termine: piuttosto, è un film sul desiderio di esistere, sull’ossessione per il riconoscimento e sulla menzogna come strumento di sopravvivenza – artistica e non solo – in un’Italia attraversata da tensioni politiche, ambiguità morali e verità continuamente riscritte.


Il protagonista de Il Falsario, Toni (interpretato da Pietro Castellitto), è un giovane pittore che all’inizio degli anni Settanta lascia un paesino tanto marginale da poter essere “contenuto in un solo foglio” per trasferirsi a Roma, città smisurata, affamata, incapace di stare dentro una tela.

Toni arriva nella capitale con un’idea quasi romantica dell’arte e del successo, accompagnato da due figure che sembrano incarnare traiettorie opposte e complementari: un prete austero, custode di un ordine morale sempre più fragile, e un operario vicino alle Brigate Rosse, espressione di una radicalità politica che attraversa il corpo sociale come una febbre. Roma, però, non ha spazio per il suo talento. O meglio: non riconosce valore alle sue opere, considerate fuori tempo, inadatte a un mercato che ha già decido cosa è vendibile e cosa no. È in questo rifiuto che Il Falsario innesta la sua riflessione più interessante: l’arte non fallisce perché manca di qualità, ma perché non incontra il sistema giusto. Toni non smette di dipingere, ma cambia strategia. Se l’originale non interessa, allora vale la copia.

Se l’autenticità non paga, tanto vale falsificarla.

Il Falsario (640x360)

La trasformazione di Toni nel più grande falsario della capitale avviene quasi per necessità, più che per scelta ideologica. Inizialmente si limita a replicare opere del primo Novecento, con una perizia tecnica che mette in crisi il concetto stesso di originalità. Le sue copie sono indistinguibili dagli originali, e proprio per questo diventano desiderabili. Il film lavora molto bene su questo paradosso: ciò che rende preziosa un’opera non è la sua unicità materiale, ma il racconto che la circonda. Una firma, una provenienza, un’aura. Da qui, il passo verso un coinvolgimento più profondo e pericoloso è breve.

Toni si muove tra la Banda della Magliana e le Brigate Rosse, diventando una figura centrale – ma sempre sfuggente – nelle trame oscure degli anni di piombo. La regia però sceglie di non trasformareIl Falsario in un thriller politico classico: la Storia rimane sullo sfondo, percepita più come atmosfera che come oggetto di analisi diretta. È una scelta precisa, che privilegia il punto di vista del protagonista e il ritmo del racconto, ma che inevitabilmente solleva qualche interrogativo.


Il cuore del film, infatti, è tutto nellaperformance di Pietro Castellitto. Il suo Toni è un personaggio magnetico, contradditorio, costruito su una continua oscillazione tra ingenuità e scaltrezza. È spavaldo, capace di affascinare chiunque gli stia davanti, ma al tempo stesso sembra sempre un passo indietro rispetto alle conseguenze delle proprie azioni. Il Falsario ne definisce i tratti risultando non sempre efficace: Toni non è mai veramente pericoloso. Più che un criminale strutturato, appare come un truffatore brillante, un talento fuori posto che si arrangia come può. Le zone d’ombra del suo personaggio vengono attenuate, le sue responsabilità storiche restano sfumate, quasi sospese. Ed è qui che il film mostra i suoi limiti più evidenti.

Antonio Chichiarelli è stato una figura centrale in uno dei periodi più opachi e violenti della nostra storia recente.

Raccontarlo scegliendo una prospettiva del genere significa rinunciare a una parte della complessità del personaggio. La sua ambiguità politica, il suo ruolo nei depistaggi, la sua responsabilità morale vengono lasciati ai margini. Allo stesso tempo, però, questa scelta è coerente con il discorso cheIl Falsario sembra voler portare avanti. Il film non è interessato a un giudizio definitivo, ma a mostrare un meccanismo. Toni diventa il simbolo di un pezzo di società che ha fatto dell’apparenza una forma di potere, della menzogna una strategia di successo.


In questo senso, la sua definizione nel film può esser visto da qualcuno come una manifestazione d’intenti: il male non si manifesta sempre in forma mostruosa, ma spesso indossa maschere affascinanti, rassicuranti, perfino simpatiche. La dimensione politica resta un’eco, un rumore di fondo, più che una vera linea narrativa. Eppure la domanda è lì, costante: può un artista sottrarsi al proprio tempo? Può limitarsi a copiare, a riflettere, senza mai prendere posizione? O anche la neutralità è una forma di scelta?

Il Falsario racconta l’arte come ambizione più che come verità, come desiderio di essere visti più che come necessità di dire qualcosa. In questo senso, il film è profondamente contemporaneo. In un mondo in cuitutto può essere replicato, imitato, condiviso all’infinito, che valore ha ancora l’originale? E quanto si può essere disposti a sacrificare – in termini etici, politici e personali – pur di essere riconosciuti?