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Lo sport è un calderone di emozioni. Adrenalina, passione, sacrifici, intrecciano destini di uomini e donne con motivazioni, personalità e storie differenti. Storie che trovano in una partita, in una gara o in un semplice allenamento, un attimo di sublimazione perfetta. Lo sport può essere quel mezzo che fa emergere il talento, l’ancora di salvezza a cui qualcuno si aggrappa per non precipitare. Può essere uno strumento attraverso il quale far valere la propria voce e quella degli altri, una maniera per emanciparsi ed elevarsi, l’unica o la seconda chance nella vita, un codice attraverso cui comunicare, una strada sulla quale incrociare il mondo. I film sullo sport hanno sempre una certa carica emotiva (perché le serie non sempre funzionano?). Sono storie che parlano di talenti bruciati o fuoriclasse irresistibili, di imprese inimmaginabili o di sconfitte che insegnano qualcosa sulla vita.
Raccontano un mondo a parte, una vita nella vita, un’esistenza carica di vittorie, fallimenti, amori, amicizie, storie incredibili. I film sullo sport quasi sempre non parlano solo di sport.
Raccontano le vite di persone fortunate o incasinate, piene di talento o semplicemente tenaci e ostinate. E lo fanno dando spazio a tutte le implicazioni possibili. Ci sono poi dei film sullo sport che, più di altri, portano sullo schermo racconti così intensi e complicati da farci dimenticare che siano – appunto – “solo dei film sullo sport“. Il focus si sposta dalla disciplina praticata ad altre tematiche, senza però tralasciare il potere emotivo dello sport. Nella lista che vi sottoponiamo, ci sono 6 esempi di film sullo sport che non parlano solo di sport.
Quello sportivo diventa un sottogenere, incasellato in un quadro più complesso che raffigura vere e proprie parabole di vita che potremmo considerare anche in maniera indipendente dalla disciplina praticata. Storie di omicidi, di emancipazione, di integrazione, di marginalizzazione e ancora tanto altro.
1. The Wrestler (2008)
Apriamo la lista con un film sullo sport che ci riporta al 2008, anno in cui vide la luce. The Wrestler è una storia amara e toccante, che raschia la superficie e va molto in profondità. È la parabola triste e distruttiva di Randy Robinson detto The Ram, un wrestler che ha infiammato i palazzetti degli Stati Uniti durante la sua carriera e che, dopo vent’anni dal suo celebre incontro con l’Ayatollah, è costretto ad andare in pensione. Randy è un uomo complicato, senza una moglie, senza un lavoro serio e con un rapporto totalmente logorato con la figlia. La sua luce splendeva solo sul ring. Lontano dalla lotta, senza il brivido e l’adrenalina dei combattimenti, Randy non è più nessuno.
Quando arrivi all’apice del successo, accettare di buon grado un ritiro è sempre difficile. Ancor di più per Randy, che aveva la sua ragion d’essere solo nel wrestling. Già passare dalle luci della ribalta a piccole esibizioni nelle palestre delle scuole, viene vissuto come un fallimento. Ma quando lo coglie un infarto e gli viene negata la possibilità di continuare a lottare sul ring, Randy si sente veramente perso. Ci prova ad andare avanti e a costruirsi una vita al di là del wrestling, ma per una persona come lui non è semplice. Ricuce un pochettino i rapporti con la sua famiglia, inizia a lavorare in un supermercato e a stare lontano da alcol e droga. Ma quando i suoi tentativi di instaurare una relazione “normale” con una lap dancer falliscono miseramente, Randy ripiomba nel buio.
In un attimo, perde tutto: compagna, figlia, speranza, stima di se stesso. Lontano dal ring, Randy è destinato a bruciarsi. Così, consapevole di tutti i rischi, sceglie di vivere l’ultimo vero brivido della sua vita: tornare a combattere.
Vent’anni dopo il suo celebre incontro, accetta l’invito a battersi con l’Ayatollah in un match che cattura subito l’attenzione dei vecchi fan. Randy combatte dando tutto se stesso, cosciente che quella potrebbe essere l’ultima cosa che fa nella vita. È un uomo che ha perso tutto, uno sportivo che vive solo di vecchie vittorie e trofei impolverati. L’incontro con l’Ayatollah è l’ultima possibilità che si concede per essere se stesso. La versione di se stesso che lo ha reso veramente vivo. Il finale non ci dice esattamente a quale fine è andato incontro il protagonista, ma quello a cui assistiamo è la fine di una parabola umana e sportiva che ha molto di tragico e drammatico.
The Wrestler è un film sullo sport che però non parla solo di sport.
È il racconto di un uomo e delle sue fragilità, di una luce che brilla e poi si spegne, mentre tutto il resto continua a scorrere come se nulla fosse. Il film ottenne due nomination agli Oscar e si è aggiudicato due Golden Globe e un Leone d’oro al Festival del cinema di Venezia. A interpretare il ruolo del protagonista c’è Mickey Rourke, che ha dato vita a un’interpretazione spettacolare e riuscitissima.
2. Foxcatcher (2014)
L’accalappiavolpi è un titolo intrigante per un film sullo sport. E forse ha molto a che fare con la metafora dell’America moderna che arraffa tutto, in una smania di potere incontrollata. Il film di Bennett Miller si regge su tre interpreti eccezionali, che in questo film hanno saputo dar vita a interpretazioni intense e commoventi. Steve Carell, Channing Tatum e Mark Ruffalo sono i protagonisti di un’inquietante storia vera, che non è solo storia di sport e sacrifici, ma anche e soprattutto un dramma agghiacciante. Più che un film sullo sport, Foxcatcher è un’autobiografia tratta dal libro Foxcatcher. Una storia vera di sport, sangue e follia di Mark Schultz. È la storia di due fratelli campioni olimpici di lotta libera e del loro mentore e allenatore, John du Pont.
Quest’ultimo è interpretato da uno Steve Carell in un ruolo insolito. Per assumere le sembianze del mecenate du Pont, Carell ha dovuto subire una trasformazione vera e propria al trucco. Una metamorfosi che lo ha invecchiato di parecchio e gli ha conferito i tratti inquietanti del personaggio che si è trovato interpretare. Du Pont è un ricco figlio dell’America che non ha mai dovuto chiedere niente a nessuno. Abituato a ottenere sempre tutto dando in cambio soldi, posizioni e benefici, il ricco mecenate decise di mettere su una squadra dei migliori lottatori in circolazione, per renderla la più competitiva a livello internazionale. I suoi occhi si posarono subito sui fratelli Schulz, Mark e Dave. Entrambi grandi promesse della lotta libera, erano a quei tempi il meglio che si potesse trovare in circolazione.
E, per du Pont, tanto bastava per renderli una preda da accalappiare.
Dei due fratelli, Dave (quello con una famiglia e un lavoro) decide di declinare l’invito. Mark invece si fa arruolare ed entra nel cerchio magico di du Pont. Un cerchio fatto di tante promesse e menzogne. Un perimetro dentro il quale il vecchio allenatore cercava quelle rassicurazioni necessarie per colmare un vuoto di autostima legato al suo rapporto con la madre. Du Pont vuole dimostrare al mondo che è in grado di prendersi quello che vuole. Basta sborsare cifre con tanti zeri, basta promettere un futuro radioso, per catturare l’interesse dei suoi accoliti.
Foxcatcher è un film sullo sport che fa della lotta libera una metafora della trama: l’abbraccio mortale di du Pont ai due fratelli sembra una di quelle morse da cui è difficile liberarsi.
Si finisce al tappeto, immobilizzati e paralizzati, e qualche volta c’è chi non riesce più a rialzarsi. Il colpo letale lo assesta proprio du Pont, in un gesto di agghiacciante follia che ha traumatizzato l’America a suo tempo. Il film è ovviamente tratto da una storia vera, ricostruisce i fatti da un punto di vista molto attendibile (quello del protagonista) ed è un thriller psicologico prima che una storia di sport. Foxcatcher ottenne cinque nomination agli Oscar e tre ai Golden Globe, divenendo uno dei film sullo sport più interessanti di quegli anni.
3. Million Dollar Baby (2004)
A vincere quattro premi Oscar e due Golden Globe fu invece, esattamente 10 anni prima, Million Dollar Baby, un film diretto, prodotto e interpretato da Clint Eastwood. È tra i film sullo sport più strazianti che siano mai stati prodotti. Proprio perché lo sport diventa un protagonista defilato, un mezzo con cui raccontare storie che affondano le radici nei sentimenti più delicati e vulnerabili delle persone. Million Dollar Baby è la storia di un ex pugile e allenatore che gestisce una piccola palestra e allena i suoi campioni per farli competere per i titoli più prestigiosi. Frankie Dunn (Clint Eastwood) è un uomo burbero e scontroso, pieno di rancore verso la vita e con delle voragini pesantissime sulla coscienza. Vive da solo, con la sola compagnia di Scrap (Morgan Freeman), suo ex allievo rimasto ferito a un occhio durante un incontro.
La modesta vita di Frankie, trascorsa tutta tra l’odore di sudore della palestra e il vecchio stanzino polveroso nel quale dorme, cambia per sempre quando incontra la giovane Maggie Fitzgerald (Hilary Swank). La donna ha trent’anni e fa parte della working class americana cui non è mai stata concessa una vera chance nella vita. Viene da una famiglia affamata ed egoista, lavora come cameriera ed entra per la prima volta nella palestra di Frankie per imparare la boxe. Trent’anni sono forse un po’ troppi per aspirare a diventare campionessa, ma i film sullo sport ci insegnano sempre che la perseveranza e la tenacia rendono possibile qualsiasi cosa. E infatti Maggie è brava, molto brava. Impara in fretta e non ha paura del dolore, dei sacrifici, degli sforzi estremi che le vengono richiesti.
Ha solo bisogno di un buon allenatore, di qualcuno che sappia incanalare la sua forza e trasformarla in vittoria, sul ring come nella vita.
Frankie all’inizio non ne vuole sapere. Ha già perso il suo campione, che ha vinto il titolo sotto le insegne di un’altra palestra. Ha già i suoi problemi da risolvere con la figlia che lo ha rinnegato e che respinge le sue lettere, per cui l’idea di allenare da zero una trentenne inesperta non lo alletta per niente. Ma Maggie è cocciuta, non molla, e la caparbietà è una delle migliori qualità in un atleta. Perciò alla fine, Frankie cede alle sue pressanti richieste e decide di allenarla. Alle sue regole, ai suoi ritmi, ma intanto le si mette affianco e poco alla volta la trasforma in una campionessa. Maggie Fitzgerald inizia a vincere gli incontri. Sempre di più, in maniera sempre più sorprendente. È allora che Scrap e Frankie decidono che è arrivato il momento di farla concorrere per il titolo.
L’anziano allenatore all’inizio non è d’accordo, ma poi si lascia trascinare dall’entusiasmo di entrambi (e dalla voglia di regalare alla ragazza una grande soddisfazione personale). Maggie si prepara per l’incontro decisivo, ormai è una campionessa di una certa fama, apprezzata e stimata nel mondo del pugilato femminile. L’incontro non inizia nel migliore dei modi, ma poi Maggie prende le misure e recupera con l’aiuto di Frankie. Quando la sua avversaria però le assesta un colpo basso spingendola al tappeto e facendola scivolare di testa contro lo sgabello all’angolo del ring, la vita della ragazza cambia per sempre. Maggie si spezza il collo ed entra in coma, risvegliandosi in uno stato semi vegetativo.
Gli arti non rispondono più, la ragazza è paralizzata dalla testa ai piedi e le speranze che la situazione possa un giorno migliorare sono nulle. Million Dollar Baby cessa quindi di essere un film sullo sport e diventa una storia straziante di malattia e di morte.
Frankie e Scrap restano le uniche persone accanto alla ragazza, che continua a sentire in lontananza i rumori del ring e degli applausi della folla. Per lei non ci sono più speranze, dall’adrenalina dei palazzetti pieni si passa alla calma piatta di una stanza dell’ospedale e ai rumori metallici dei suoi macchinari. Questo è un film sullo sport che porta a riflettere su un tema delicatissimo come quello del suicidio e dell’eutanasia. Tutta la seconda parte del film, fino al tragico epilogo, raccontano una storia a cui non si riesce a stare troppo dietro, perché fa male e devasta. Con Million Dollar Baby, Clint Eastwood ha messo su uno di quei film che, per il suo impatto emotivo e per tutto ciò che smuove mentre lo si guarda, si riesce a vedere una sola volta nella vita (come questi).
4. Rush (2013)
Anche Rush è un gran bel film sullo sport. Viaggia ad alta velocità, sull’asfalto bollente dei circuiti automobilistici, con il rombo dei motori come sottofondo musicale. Rush è sostanzialmente la storia di due piloti di Formula 1. Due personaggi diversissimi tra loro, praticamente agli antipodi. Uno puntiglioso, preciso, metodico, una macchina da combattimento. L’altro più sbarazzino, scapestrato, abituato a vivere con leggerezza anche le cose importanti. La rivalità sportiva tra Niki Lauda e James Hunt è anche il confronto tra due modi di essere diametralmente opposti, che si incontrano solo nella sconfinata passione per i motori e in una certa voglia di prevalere sugli altri e imporsi come i migliori. È una tra le più note rivalità nell’ambito della Formula 1, ma in generale nello sport.
Rush inizia col presentarci due figure di sportivi e i loro differenti punti di partenza. Ciascuno ha un suo modo di vivere la competizione e di mettersi in gioco. James Hunt è una sorta di playboy che vive al massimo le sue esperienze. La velocità è la sua cifra stilistica, il suo modo di stare al mondo. È accelerato, sempre in movimento, sempre alla ricerca di nuovi stimoli. Dall’altra parte, c’è un Niki Lauda che invece incamera la velocità e la elabora alla ricerca di un sistema perfetto. Che non è solo quello con cui si vincono le corse automobilistiche, ma è probabilmente un modo di stare al mondo. Questo film è una creatura di Ron Howard e Peter Morgan. L’incontro tra i due aveva già dato vita a un altro confronto, vissuto lontano dalla competizione sportiva.
Dopo Frost/Nixon – Il duello, Howard e Morgan passano a un film sullo sport che però scava in un dualismo forsennato tra due personalità forti.
C’è qualcosa di dannatamente tragico in Rush. Al di là del finale del film, che si chiude con l’incidente che stravolgerà per sempre la vita e la carriera di Niki Lauda, Rush analizza due vite complicate, fatte di traumi, buchi, mancanze e di un intimo bisogno di rivalsa. Il film parla di Formula 1, ma la cornice sullo sfondo potrebbe essere anche un’altra. Le corse, il modo di approcciarsi a una gara, tutto il contorno del mondo dell’alta velocità, sono solo un pretesto per raccontare (e incrociare) due destini tragici che dicono molto sul mondo degli anni ’70.
5. The Blind Side (2009)
Un’altra bella storia di sport e riscatto arriva invece con The Blind Side, film del 2009 che è valso a Sandra Bullock una statuetta per la migliore interpretazione femminile alla cerimonia degli Oscar del 2010. The Blind Side è ispirato alla storia vera del giocatore di football Michael Oher, da cui il film trae ispirazione. Michael è un ragazzo rimasto orfano di padre, senzatetto e con una madre tossicodipendente. Vive in un quartiere malfamato, sotto la tutela di un uomo che però muore in una sparatoria e rimane sostanzialmente solo. Michael è un ragazzone alto e robusto, molto più della media dei suoi coetanei. Si dice che abbia un quoziente intellettivo più basso della norma e diversi problemi comportamentali, com’è ovvio che sia per un ragazzo nelle sue condizioni.
Quasi per caso, Michael fa la conoscenza dei Touhy, una famiglia benestante della città che prende a cuore la situazione del ragazzo. Leigh, la madre di famiglia, è Sandra Bullock. La donna entra piano piano in connessione con i bisogni del ragazzo. Si affeziona a lui e si impegna in prima persona per salvarlo da un destino già scritto. Ma perché The Blind Side è anche un film sullo sport? Perché Michael entra a far parte della squadra di football della scuola e con questa scelta cambia del tutto le sue prospettive di vita. I blind sides sono i lati scoperti del quarterback. Quando una squadra si affida al proprio quartrback, ha bisogno anche di giocatori che effettuino dei placcaggi sui suoi lati scoperti, quelli che lui non può vedere e dai quali arrivano gli attacchi degli avversari.
Data la stazza fisica, Michael è perfetto per quel ruolo. Talmente perfetto che non solo inizia a diventare decisivo per le sorti della sua squadra, ma inizia a essere notato da allenatori e procuratori di tutto lo Stato.
Il football diventa così uno strumento di emancipazione, il mezzo attraverso il quale offrire una chance a chi non ne ha acuta nessuna. The Blind Side è una storia toccante, che non parla solo di sport, ma soprattutto di riscatto, integrazione e di opportunità. Il film ebbe un successo inatteso, facendo registrare ottime cifre al botteghino, ma convincendo anche la critica.
6. Battle of the Sexes (2017)
Ritroviamo ancora una volta Steve Carell in un altro film sullo sport e in un ruolo completamente diverso. Battle of the Sexes è il più recente dei film sullo sport che abbiamo incluso in questa lista. Usciva nelle sale nel 2017 ed è una creazione di Jonathan Dayton e Valerie Faris, che avevano già sfornato Little Miss Sunshine. La battaglia dei sessi è una storica partita di tennis che venne disputata nel 1973 negli Stati Uniti. A sfidarsi c’erano da una parte Bobby Riggs, ex campione del mondo, e dall’altra Billie Jean King, la numero due al mondo nella categoria femminile. L’evento fu un’incredibile trovata mediatica che sintonizzò davanti ai teleschermi oltre 90 milioni di spettatori. Fu una partita storica, che segnò un’epoca.
Non fu il primo confronto tra un uomo e una donna, ma fu certamente quello più seguito e che ebbe maggiore eco mediatica. Bobby Riggs rappresentava il maschilismo predominante nel mondo dello sport. Steve Carell è riuscito a entrare bene in connessione con il suo personaggio, dando vita a un’interpretazione ironica e funzionale allo scopo del film. A interpretare Billie Jean King c’è invece Emma Stone, che inizialmente rifiuta il guanto di sfida lanciato dal collega, poi si decide ad accettare la proposta.
Si capisce subito che Battle of the Sexes non è solo un film sullo sport. O meglio, come negli altri casi, lo sport finisce anche qui per essere un mezzo attraverso cui combattere altre battaglie.
La protagonista di Battle of the Sexes è una donna che ingaggia una battaglia per l’emancipazione femminile in un contesto ancora dominato dagli uomini. La King finisce per essere la voce delle tante donne che sopportano sempre più a fatica la disparità di trattamento rispetto agli uomini. È una battaglia che ha a che fare solo superficialmente con lo sport. Negli anni ’70 si avvertiva una grande spinta all’emancipazione di genere. Siamo nel pieno della rivoluzione sessuale, in una fase storica in cui le donne urlano a gran voce i propri diritti e, in questo senso, la partita personale di Billie Jean King diventa una battaglia tra progressismo e conservatorismo, tra emancipazione e paternalismo, tra spinte rivoluzionarie e pulsioni retrograde.
La battaglia dei sessi è una battaglia con chiare ripercussioni sociali e culturali. Il film riesce a riprodurre l’atmosfera degli anni ’70 e a proporre con leggerezza una tematica delicata. Il maggior punto di forza del film è la caratterizzazione dei suoi personaggi. Bobby Riggs e Billie Jean King non sono solo due atleti, ma personaggi ritratti nell’atto di combattere le loro personali battaglie.










