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La Classifica dei 10 Migliori Film Horror del 2025

4) Bring Her Back

Sally Hawkins è protagonista di questo film horror disturbante
Credits: Sony Pictures

Al quarto posto abbiamo scelto di inserire un horror australiano (disponibile per il noleggio su Prime Video) che mischia tensione psicologica e folklore soprannaturale. Bring Her Back, diretto dai fratelli Danny e Michael Philippou (già noti per lo spaventoso Talk to Me), è un folk horror che si fonde con l’orrore domestico. Il film segue due fratellastri, Andy e Piper, rimasti orfani dopo la morte del padre, affidati alla strana famiglia di Laura, una ex-dottoressa che accoglie bambini in affido. Ben presto i ragazzi scoprono che Laura è coinvolta in un oscuro rituale demoniaco per resuscitare la sua bambina morta.

Dopo l’impatto brutale e anarchico del loro esordio, i fratelli Philippou compiono con Bring Her Back un passo ulteriore e più rischioso. Abbandonano l’eccesso per concentrarsi sul dolore. Non quello spettacolare, ma quello quotidiano, silenzioso, che si annida nei gesti ripetuti e nelle ossessioni che nessuno osa chiamare per nome. Il tema centrale è il lutto e il desiderio disperato di ristabilire il passato, raccontato attraverso lo spiazzante incontro tra innocenza infantile e male antico. I rituali, quando emergono, non hanno nulla di esotico o spettacolare. Sono gesti domestici, quasi banali, caricati di un’intenzione disperata. Ed è proprio questa banalità a renderli terrificanti.

Bring Her Back è anche un film horror durissimo sul tema dell’infanzia. I bambini non sono simboli di purezza, ma vittime collaterali del dolore adulto.

Danny e Michael Philippou dimostrano una maturità sorprendente nella messa in scena. Qui non c’è l’urgenza di scioccare a ogni costo. La macchina da presa resta spesso distante, osserva senza intervenire, come se fosse intrappolata nello stesso spazio emotivo dei personaggi. Il montaggio è misurato, quasi pudico. I momenti più sconvolgenti accadono e basta.

3) Presence

Lucy Liu è la madre protagonista in questa ghost story diretta da Soderbergh
Credits: NOW

Steven Soderbergh è un regista molto sperimentale, per nulla estraneo a progetti in cui la narrazione è messa al servizio della forma. E non viceversa. Era già accaduto per esempio con Unsane, film thriller con protagonista Claire Foy e girato interamente con l’iphone. Accade quest’anno con Presence, la più classica delle ghost story, ma stavolta il POV è quello del fantasma stesso. La storia è estremamente essenziale. Una famiglia si trasferisce in una nuova casa, cercando di ricomporsi dopo un trauma recente.

Non viene mai spiegato subito quale sia la ferita originaria, e il film è intelligente nel non renderla un “mistero” da risolvere. È una presenza emotiva, prima ancora che narrativa. Lucy Liu interpreta una madre distante, razionale fino all’autodifesa. Chris Sullivan è un padre che cerca di mantenere una normalità di facciata. La figlia adolescente è invece il personaggio più permeabile, quello che avverte per primo che qualcosa — o qualcuno — sta osservando.

La scelta di girare il film quasi interamente con camera fissa e movimenti lenti, fluttuanti, trasforma ogni scena in un atto di voyeurismo. La “presenza” non interviene in alcun modo, limitandosi a osservare in maniera consapevole.

Presence è un horror essenziale, lento ma carico di tensione, che dimostra come il genere possa funzionare anche con mezzi minimali e uno stile decisamente autoriale. Il concetto stesso di entità soprannaturale viene stravolto. Nelle storie di fantasmi siamo abituati a spiriti che, mossi dal rancore, dalla rabbia o dal dolore, agiscono in qualche modo. In questo caso, invece, il fantasma agisce come testimone degli eventi. Impossibilitato a fare alcunché o, forse, ormai al di sopra di ogni emozione. Senza entrare in dettagli, Presence costruisce il suo finale con una rivelazione minima, quasi impercettibile, che riorganizza retroattivamente l’intero film. All’improvviso, lo spettatore comprende chi sta guardando e perché. E in quel momento, il film smette di essere una storia di fantasmi e diventa qualcosa di molto più doloroso: una riflessione sul rimpianto, sull’impotenza e sull’impossibilità di intervenire quando sarebbe davvero necessario.

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