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7 film che raccontano la solitudine e l’alienazione dell’uomo nel mondo moderno

Paterson alla guida del pullman in una scena del film

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Avete presente quella sensazione di distacco dalla realtà, di smarrimento e di estraneità rispetto al mondo circostante? Il tema dell’alienazione dell’uomo è stato raccontato in decine e decine di prodotti televisivi e cinematografici. Ci sono tanti film da vedere che si concentrano sul rapporto tra l’individuo e il mondo circostante, mettendo spesso in risalto le difficoltà che molte persone hanno nel sentirsi parte di una società che percepiscono come distante, invivibile, estranea. La solitudine è qualcosa che non ha mai abbandonato l’essere umano, sin dalla notte dei tempi. Con la prima industrializzazione però, e il conseguente stravolgimento degli equilibri sociali, la sensazione di alienazione è diventata qualcosa di molto più pressante e urgente.

L’individuo ha iniziato a sentirsi una semplice rotellina all’interno di un ingranaggio molto più grande e soffocante. Un ingranaggio perverso, che ha spinto alla spersonalizzazione e all’annichilimento dell’individualità. Le persone hanno iniziato ad avvertire una solitudine molto più profonda: quella che si prova in mezzo alla folla. Mentre il mondo ha cominciato ad aprirsi e a connettere tra loro sempre più persone, l’individuo ha finito con il rannicchiarsi in un cantuccio, cercando il più possibile di sottrarsi alla pervasività delle dinamiche sociali moderne.


Sono tanti film da vedere sull’argomento.

Film che rendono l’alienazione anche qualcosa di visibile, attraverso il ritratto di città chiassose e stranianti, nelle quali l’uomo si sente sempre più piccolo. Storie che mostrano la grandezza mastodontica degli ingranaggi che muovono il mondo e poi vanno a pescare le vite apparentemente insignificanti di chi quell’ingranaggio lo spinge avanti. L’uomo moderno è un individuo che vive di connessioni, soprattutto virtuali. È collegato a tutto, ha accesso a miliardi di informazioni, riceve input in continuazione. Ma poi, scollegata per un attimo la spina, si ritrova a fare i conti con una solitudine che molto spesso non riesce neppure a spiegare. I film di questa lista hanno centrato perfettamente l’argomento, presentandocelo sotto forma di racconti distopici, ritratti monotoni della realtà o favole fantascientifiche.

Motivo per cui, se vi interessa l’argomento, dovreste darvi uno sguardo.

1. Her

Film da vedere - Her
EVERETT

Il film di Spike Jonze con Joaquin Phoenix e Scarlett Johansson è uno di quei film da vedere se si vogliono comprendere le sfumature del rapporto tra l’essere umano e la tecnologia. È un racconto con tratti futuristici e fantascientifici, ma si avvicina spaventosamente alla realtà. Il protagonista del film è uno scrittore di lettere per terzi, uscito da un matrimonio naufragato (per film su come sopravvivere a una rottura, esiste un’altra lista) e relegato in un grattacielo piantato nel bel mezzo di una affollatissima Los Angeles. La sua casa e il suo lavoro lo rendono un personaggio alienato. È come se vivesse in un mondo fluttuante, incastonato nel cuore di una metropoli piena di vita. Eppure, è così simile a un eremita su una collina sperduta.

Her, come tutti gli altri film da vedere di questa lista, mette in rilievo come la solitudine non sia l’assenza di persone accanto a sé, ma qualcosa di più intimo e più profondo.

D’altronde, si sa, si può essere soli in mezzo alla moltitudine e faticare a trovare delle connessioni pur essendo sempre iperconnessi. In Her la tecnologia invade la vita delle persone, semplificando le mansioni giornaliere, programmando la quotidianità ed essendo di supporto. È una compagnia costante, che tiene l’individuo sempre connesso al mondo e agli altri. Ma di che tipo di connessione si tratta? Il film di Spike Jonze mostra come la tecnologia, che apre paradossalmente a una moltitudine di relazioni, finisca per amplificare la sensazione di alienazione dell’individuo. Joaquin Phoenix scrive lettere per conto di terzi, una mansione che mette in evidenza quanto sia difficile, al giorno d’oggi, dar voce ai propri sentimenti e alle proprie riflessioni senza uno strumento di mediazione.

È quello che oggi succede con l’intelligenza artificiale, chiamata spesso a offrire supporto quando si tratta di elaborare pensieri, scrivere lettere, formulare un testo. Il protagonista di Her è supportato da Samantha, un sistema operativo che ha la voce di Scarlett Johansson, con cui poco alla volta instaura una forma di relazione. Con Samantha, Theodore riesce ad aprirsi, a confrontarsi, perché in quella voce rassicurante trova qualcuno (o qualcosa) disposto ad ascoltarlo. È una relazione artefatta, priva del contatto umano, eppure riesce a far provare al protagonista sensazioni vere, autentiche. Isolato da un mondo iperconnesso e che viaggia veloce, Theodore trova conforto in un sistema operativo che poco alla volta impara ad amare.

Her è stato prodotto nel 2013, ma resta tutt’oggi uno di quei film da vedere per comprendere la relazione tra l’uomo moderno e il mondo che lo circonda.

Oggi ci si sente soli nonostante siamo connessi ventiquattr’ore su ventiquattro. Si è più a proprio agio con tecnologie artificiali che con gli esseri umani e si fa sempre più fatica a prendersi il tempo per esplorare se stessi, accontentandosi invece delle risposte veloci e immediate che può dare un sistema operativo ben programmato. Her è un film che inquadra molto bene questa riflessione e lo fa con un tocco tenero e poetico, che gli è valso il plauso della critica e la vittoria di un Oscar. Era un film da vedere per comprendere il mondo già nel 2013 e lo è ancora di più oggi, in un presente che gli somiglia sempre di più.

2. Lost in Translation

Film da vedere - Lost in Translation
Focus Films/Courtesy Everett Collection

Parlavamo di Lost in Translation a proposito dei film vedere se si vuole approfondire il tema della crisi dei trent’anni. La protagonista è infatti una giovane donna che accompagna il suo fidanzato in un viaggio di lavoro a Tokyo, dividendo le sue giornate tra il bar dell’albergo e la vita notturna della città. Nello stesso hotel, arriva un giorno Bill Murray, che interpreta un attore in viaggio in Giappone per girare uno spot pubblicitario. I due si incontrano per caso al bancone del bar e iniziano a chiacchierare instaurando un legame che, pur nel giro di pochi giorni, diventerà un’amicizia molto speciale. È un film da vedere se si vuole esplorare la crisi del quarto di secolo, con due personaggi che sembrano anime perse nel cuore di una città che ti annulla.

Tokyo è la massima espressione dell’alienazione dell’individuo. Una città immensa, caotica, che annulla l’individuo rendendolo un pezzettino irrilevante del mosaico. I due protagonisti hanno attraversato il mondo per ritrovarsi nel cuore pulsante di una metropoli assurda e sconfinata. Provengono entrambi da due vite solitarie. Sono a un punto di svolta, incastrati in due relazioni – un matrimonio arrugginito e un fidanzamento che non decolla – in cui si sentono soffocati e insoddisfatti. È come se fossero in una fase di stallo emotivo e decisionale, incapaci di prendere decisioni per invertire il trend delle proprie vite. Il viaggio in Giappone esaspera questo senso di smarrimento. Il jetlag e le barriere linguistiche contribuiscono ad alimentare il senso di solitudine.

Bob e Charlotte sembrano due anime sole nell’universo, incapace di farsi comprendere in una città in cui tutti parlano una lingua incomprensibile e rispondono a tradizioni e usanze completamente sconosciute.

Vivono un tempo sospeso, nel quale entrambi provano a riempire le giornate per sottrarle alla noia del non far niente e del sentirsi smarriti in una città che per loro non ha coordinate. Lost in Translation è però un film da vedere anche per scoprire come, nell’incontro tra due solitudini, possa innescarsi un meccanismo che mette in salvo i due personaggi dall’alienazione totale. Bob e Charlotte si salvano a vicenda dal senso di smarrimento che li accompagna passo dopo passo. Il loro legame diventa profondo proprio perché, pur essendo così diversi, si scoprono simili nel provare una solitudine intima, qualcosa capace di connetterli e di farli sentire meno persi.

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