Arturo a Los 30
Protagonista maschile invece per Arturo a Los 30, un film del 2023 di Martìn Shanly, che è anche il personaggio principale. Anche questo è un film da vedere se si cercano storie in cui i protagonisti vivano delle crisi interiori da metabolizzare. Shanly interpreta Arturo, un ragazzo che si affaccia ai trent’anni con una vita fallimentare alle spalle. Almeno è così che la vive lui. Arturo ha una sorella che lo odia, un fratello morto in circostanze tragiche e una migliore amica che sta per sposarsi. Il film inizia proprio con il matrimonio di Daphne, uno dei punti di riferimento del protagonista. Mentre si reca alla cerimonia, Arturo scampa per miracolo a un incidente che però lo lascia scosso e frastornato per tutto il resto del film.
Inizia a vivere i momenti del suo passato, che noi vediamo attraverso continui flashback. Scopriamo qualcosa di più sulla sua vita, sulla sua famiglia e sul modo in cui il ragazzo ha tirato avanti fino quasi ai trent’anni. La storia è divertente e scorre piacevolmente. È un film da vedere se si amano le commedie ironiche pervase da un umorismo disincantato. Ripercorrere attraverso i flashback la vita del protagonista ci aiuta a capire come lui stesso la veda attraverso i suoi occhi e quali siano le bugie che si è raccontato per trent’anni. Arturo vive una condizione post adolescenziale che inconsciamente gli piace e gli fa comodo. È andato avanti grazie al supporto della famiglia benestante, ma ha puntualmente scansato ogni responsabilità.
La sua indifferenza nei confronti del mondo ha delle radici profonde, che lui non si è mai preoccupato di estrapolare dai traumi passati.
La morte del fratello – e la sua sensazione di essere un sopravvissuto – lo ha colpito nel profondo, privandolo di quello slancio di ottimismo che dovrebbe accompagnare i giovani nel loro percorso di crescita. Arturo non ha fiducia nel mondo e guarda alla sua vita come ad un grande fallimento al quale però non ha voglia di porre rimedio. Il film scorre con le immagini di lui che si ubriaca al matrimonio inframmezzate da flashback continui raccontati dalla sua stessa voce. Il regista si mette in connessione con il suo protagonista, te ne fa avvertire il disagio raccontandoti la sua vita e i suoi fallimenti attraverso il suo stesso sguardo.
Arturo a Los 30 è un film da vedere se si vuole riflettere su quella condizione post-adolescenziale che alcuni trentenni si rifiutano di abbandonare perché la vedono come una forma di rifugio dal resto del mondo.
Il film di Martìn Shanly incontra poi il covid, uno degli eventi recenti che più hanno rimodellato la visione del futuro delle generazioni che si affacciano all’età adulta. Il protagonista vive questa fase di chiusura rispetto al resto del mondo come un’occasione per resettare e fare chiarezza dentro la propria vita. E quindi uno stop necessario per poter individuare un nuovo punto di partenza per affacciarsi alla vita con più consapevolezza e, forse, con un pizzico di fiducia in più.
Lost in Translation
Tokyo è una città che esaspera un certo senso di alienazione, lasciandoti sprofondare nella tua solitudine e nel tuo senso di inadeguatezza. Non esistono spazi vuoti, non esistono istanti immobili. A Tokyo tutto è in movimento, tutto è un frenetico e ordinatissimo andirivieni di persone, mezzi, luci, treni sempre in orario, grattacieli che scandiscono lo skyline. Nella capitale giapponese è ambientato Lost in Translation, un film di Sofia Coppola con Bill Murray e Scarlett Johansson. È lo sfondo perfetto per una storia che parla di due anime perse che cercano di ritrovare le proprie coordinate. Lontano da casa, in una città in cui tutti parlano una lingua incomprensibile, i due protagonisti affrontano la loro temporanea crisi esistenziale.
Charlotte è una giovane neolaureata che ha accompagnato il fidanzato in Giappone. Bob è un attore che viaggia fino a Tokyo per girare una pubblicità e viene sballottato da uno studio televisivo all’altro. Entrambi si trascinano nelle proprie vite senza convinzione, vanno avanti per inerzia. Si alzano ogni mattina con la solita domanda che ronza nella testa: che cosa sto facendo qui? Lost in Translation è un film che affronta bene la crisi dei trent’anni (e non solo). E lo fa in un contesto in cui è facile avvertire un certo senso di smarrimento. Charlotte vive ogni giorno come se fosse uguale all’altro. Ha conseguito la sua laurea in filosofia dopo un lungo percorso di studi, ma come capita a tante persone della sua età, attraversa un periodo di statica disillusione.
Non sa se ama il suo ragazzo, se sta bene nella sua vita, se le scelte fatte in passato siano state quelle giuste oppure no.
Le sue notti insonni sono piene di domande. Vorrebbe solo svegliarsi da un’altra parte, nella vita di qualcun altro, magari più appagato e più soddisfatto delle proprie scelte. L’incontro con Bob dà una piccola scossa alla sua vita. Lui è un attore molto più anziano, ma con un senso di angoscia addosso che somiglia molto a quello di Charlotte. L’incontro casuale nel bar dell’albergo apre a una frequentazione dolce e autentica. Sono due solitudini che si intrecciano, due anime perse che si incontrano e si fanno compagnia. Non ci sono inganni nel loro rapporto, né bugie. Bob e Charlotte entrano in connessione in una città che li vuole alienati e soli. Lost in Translation segue i loro dubbi, la tenerezza con cui pian piano se li confessano cercando di scartare il superfluo dalle proprie vite e di accettarsi per quello che si è. Il finale poi, con quel sussurro indecifrabile che solo loro possono capire, lascia addosso un vago senso di speranza per il futuro.







