6) Splinter

Splinter è un piccolo film del 2008 che merita molta più attenzione di quella che ha ricevuto. Diretto da Toby Wilkins, il film si presenta come un cosmic horror a basso budget, ambientato quasi interamente in una stazione di servizio isolata. Dietro l’apparenza da survival movie classico, però, si nasconde qualcosa di più inquietante, viscerale e profondamente radicato nel terrore cosmico. La creatura di Splinter non ha scopi riconoscibili se non la replicazione cieca e la distruzione della carne umana.
La storia segue una giovane coppia, Seth e Polly, che incappa in una situazione già compromessa. Due criminali in fuga li prendono in ostaggio e li costringono a dirigersi verso il confine. Ma l’attenzione dello spettatore si sposta quasi subito dalla dinamica da thriller a una presenza sconosciuta che infetta i corpi, li deforma e li usa come marionette.
La creatura si manifesta come una forma di parassita simile spine, con una brutalità che segue i consueti parametri del body horror.
Non ci sono le creature orrorifiche del classico cosmic horror, ma c’è quell’elemento fondamentale del genere: l’incomprensibilità dell’orrore. Nessuno sa da dove venga la creatura, è una presenza aliena in senso puro, perché totalmente altra. È un’esistenza incompatibile con la nostra, e per questo terrificante. La tensione cresce in modo costante e opprimente, non per mezzo dei jump scare, ma attraverso un senso di inevitabilità. Anche se visivamente il film è crudo e diretto, senza grandi effetti speciali digitali, l’uso intelligente del pratico, delle luci e del montaggio frammentato trasmette l’idea che la creatura sia troppo rapida, troppo mutabile per essere osservata chiaramente.
7) The Endless

Nel panorama del cinema indipendente americano, The Endless è un’opera strana, decisamente ambiziosa anche se opera di due registi indie. La storia parte da una premessa semplice: due fratelli, Justin e Aaron (interpretati dai registi stessi), tornano a visitare una comunità da cui erano fuggiti anni prima. Una “setta”, come la definisce lo stesso Justin. Aaron, invece, ne conserva ricordi positivi e l’invito a tornare — sotto forma di una videocassetta inviata per posta — riaccende in lui una curiosità mai sopita.
Una volta arrivati al campo, qualcosa non torna. Le persone sembrano non essere invecchiate affatto, come se il tempo stesso fosse alterato. Ci sono due lune nel cielo e ogni cosa, anche la più banale, sembra obbedire a regole che i protagonisti non riescono a comprendere. Il tema centrale del film rimane, per tutta la sua durata, il tempo come prigione. I membri della comunità sono intrappolati in loop temporali che si ripetono in eterno. Alcuni durano giorni, altri pochi secondi. Alcuni sembrano innocui, altri diventano veri e propri incubi ripetitivi. Ogni ciclo è osservato da una forza invisibile, una sorta di divinità muta e impassibile che non interviene mai direttamente, ma lascia simboli nel cielo, strani oggetti nel bosco, o registrazioni che si materializzano nel nulla.
Questo essere — mai mostrato, appena suggerito — è il cuore del film cosmic horror.
L’universo non è ostile, esiste semplicemente al di là della comprensione e chi prova a capirlo rischia di perdercisi dentro. Non a caso, la scelta dei fratelli di tornare alla setta si scontra continuamente con il desiderio opposto, quello di fuggire, ma senza sapere davvero dove. Perché nel mondo di The Endless, anche la libertà può essere un’illusione.
8) Color ouf of space

Color Out of Space è tratto da un racconto di H.P. Lovecraft, uno dei suoi più famosi, pubblicato nel 1927. E proprio come il racconto, anche il film di Richard Stanley non cerca di spiegare l’orrore lasciandolo semplicemente accadere. Lentamente e inesorabilmente.
Siamo in una fattoria isolata del New England. La famiglia Gardner si è da poco trasferita in campagna, cercando un po’ di tranquillità dopo una malattia e troppi problemi in città, ma una notte, dal cielo, cade qualcosa. Una meteora e , da quel momento, tutto attorno a loro comincia a cambiare. La terra, l’acqua, gli animali e soprattutto le persone. Il regista Richard Stanley — tornato al cinema dopo un’assenza durata più di vent’anni — sceglie un approccio molto fedele allo spirito dell’opera originale. Il “colore” del titolo è letteralmente qualcosa che non si può definire. Nel racconto originale veniva descritto come un colore che non esiste nello spettro visibile.
Qui, ovviamente, deve essere mostrato sullo schermo, e il regista sceglie il magenta: acceso, irreale, onnipresente. Una scelta efficace, perché più che una tinta, diventa una presenza vera e propria.
Quello che Color Out of Space fa molto bene è restituire un senso di disfacimento. Tutto, nel film, si corrompe. I rapporti familiari, la materia, il tempo stesso. La natura comincia a mutare in modo innaturale. Nicolas Cage (tra poco protagonista in Spider Man Noir) interpreta Nathan Gardner, il padre di famiglia. E come spesso accade con Cage, la sua performance oscilla sempre verso l’eccesso. In questo caso, però, funziona e il suo graduale scivolare nella paranoia, nel delirio e infine nella follia rispecchia la spirale di dissoluzione che investe tutta la casa.
Le contaminazioni vengono mostrate attraverso mutazioni organiche inquietanti, donandogli un tono più allucinato, più “psichedelico”. Dalle luci violente, ai suoni distorti, tutto concorre a costruire un’atmosfera aliena. Non ci sono spiegazioni scientifiche dettagliate, il che è coerente con la filosofia di Lovecraft, per cui il vero terrore nasce dal non sapere, dal trovarsi di fronte a qualcosa di totalmente altro, che non si può comprendere né controllare.




