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Per capire davvero cosa rappresenti Fargo dieci anni dopo, bisogna fare un passo indietro e guardare non tanto alla serie, ma al mondo creativo da cui nasce. Fargo non è semplicemente una storia ambientata nel Midwest, né un crime con venature grottesche: è la cristallizzazione di un’etica narrativa che i fratelli Coen hanno costruito film dopo film, fin dagli esordi.
Nel loro cinema, il male non è mai spettacolare, non è mai mitizzato, non arriva con una fanfara. È piccolo, accidentale, spesso stupido. Ed è proprio questa banalità a renderlo devastante. Il film Fargo del 1996 rappresenta forse il punto più limpido di questa poetica: una tragedia costruita a partire da un errore meschino, raccontata con un tono quasi gentile, immersa in un paesaggio che sembra respingere ogni eccesso emotivo.
Fargo prima di Fargo: i fratelli Coen e l’invenzione di “un’etica fredda e violenta”
La neve di Fargo non è solo uno sfondo. È una metafora morale. Copre tutto, uniforma, rende difficile distinguere. Allo stesso modo, la società raccontata dai Coen è una società che livella, che educa alla moderazione, alla gentilezza, alla non-conflittualità. Ma sotto questa superficie ordinata, il caos è sempre in agguato. Non perché l’uomo sia “cattivo” per natura, ma perché è profondamente inadatto a gestire i propri desideri quando gli viene insegnato a negarli costantemente.

La serie Fargo nasce esattamente da qui. Non prende in prestito una storia, prende in prestito uno sguardo. Lo sceneggiatore Noah Hawley capisce una cosa fondamentale: Fargo non è un genere, è una lente. È un modo di osservare l’umanità quando viene privata degli strumenti per affrontare la propria parte più sincera. La prima stagione, in particolare, è un’estensione coerente di questa visione. Non prova a “modernizzare” i Coen, non li tradisce, non li copia in modo sterile. Li interiorizza per mettere in scena un qualcosa di diverso ma che si collega altamente alla loro filosofia.
Dieci anni dopo, ciò che colpisce è quanto questa impostazione sia rimasta intatta. Fargo non è invecchiato perché non parlava del suo tempo, ma di un meccanismo umano universale: il modo in cui la civiltà, quando diventa solo facciata, produce mostri silenziosi. La serie eredita dai Coen l’idea che il vero orrore non sia l’atto violento, ma la normalità repressa che lo precede. E questa idea, oggi più che mai, suona spaventosamente attuale.
Personaggi senza eroismo: quando l’ordinario diventa irreversibile

Uno degli aspetti più radicali di Fargo è il suo rifiuto sistematico dell’eroismo. Non ci sono personaggi destinati a grandi cose, non ci sono figure carismatiche nel senso tradizionale. Anche chi sembra inizialmente portatore di un ordine morale — poliziotti, cittadini “perbene”, persone educate — è sempre attraversato da dubbi, fragilità, incoerenze. Fargo non costruisce archetipi, costruisce esseri umani intrappolati in ruoli sociali troppo stretti per contenerli.
La prima stagione lavora in modo chirurgico su questo punto. Ogni personaggio è definito più da ciò che reprime che da ciò che esprime. Le frustrazioni non trovano sbocco, le umiliazioni vengono accumulate, i desideri vengono razionalizzati fino a diventare irriconoscibili. Esplodendo inevitabilmente. Quando finalmente emergono, non lo fanno come atti liberatori, ma come gesti maldestri, spesso autodistruttivi. È una tragedia della mediocrità, nel senso più profondo e doloroso del termine.
Questo è uno degli elementi più coeniani della serie. Nei film dei fratelli Coen, i personaggi non cadono perché sono malvagi, ma perché sono convinti di poter controllare una situazione che li supera. Fargo porta questa dinamica all’estremo, mostrando passo dopo passo come una piccola deviazione morale possa trasformarsi in un punto di non ritorno. Non c’è mai un momento in cui il personaggio “sceglie il male” in modo consapevole. C’è sempre una giustificazione, una scusa, una narrazione interna che rende tutto accettabile. Ed è proprio questa narrazione interna a essere il vero antagonista.
Dieci anni dopo, questo lavoro sui personaggi risulta ancora più potente perché va contro la tendenza contemporanea a spiegare tutto, a etichettare, a psicologizzare in modo rassicurante. Fargo non spiega, mostra. Non assolve, ma nemmeno condanna apertamente. Lascia lo spettatore solo davanti alle conseguenze. E questa solitudine è una delle esperienze più forti che la serie offre.
Il linguaggio come maschera: dialoghi, silenzi e l’arte dell’imbarazzo

Se i personaggi di Fargo sono così incisivi, lo devono in gran parte al lavoro straordinario sui dialoghi. Qui la lezione dei fratelli Coen è evidente, ma viene adattata alla serialità con una precisione impressionante. I dialoghi non servono quasi mai a far avanzare la trama in modo diretto. Servono a costruire disagio. A rendere palpabile la distanza tra ciò che i personaggi provano e ciò che sono in grado di dire.
La lingua di Fargo è educata, ripetitiva, piena di formule di cortesia. È una lingua che evita il conflitto, che gira intorno ai problemi, che usa il sorriso come scudo. Ma sotto questa superficie apparentemente innocua si accumula una tensione costante. Ogni “oh, certo”, ogni “non c’è problema”, ogni pausa troppo lunga è carica di significato. È una lingua che mente non perché vuole ingannare gli altri, ma perché non sa fare altro.
Accanto ai dialoghi, Fargo utilizza il silenzio in modo magistrale. I silenzi non sono mai neutri. Sono spazi in cui il non detto diventa più eloquente di qualsiasi parola. Sono momenti in cui lo spettatore è costretto a riempire i vuoti, a confrontarsi con l’inquietudine che i personaggi non riescono a verbalizzare. Questo uso del silenzio è profondamente coeniano, ma nella serie assume una dimensione ancora più opprimente, perché dilatata nel tempo.
Dieci anni dopo, è evidente quanto questo lavoro sul linguaggio abbia influenzato la televisione successiva. Ma Fargo resta unico perché non utilizza mai il dialogo come spettacolo. Non ci sono monologhi memorabili pensati per diventare virali. Ci sono frasi banali che, messe nel contesto giusto, diventano devastanti. È un’arte sottile, quasi invisibile, che richiede attenzione e pazienza. E proprio per questo continua a funzionare.
Violenza senza catarsi: il rifiuto dello spettacolo

Un altro elemento che distingue Fargo, disponibile anche su Netflix, da molte serie crime è il suo rapporto con la violenza. La violenza non è mai liberatoria, non è mai coreografata per essere “bella”. Arriva spesso all’improvviso, in modo sgraziato, e lascia dietro di sé solo vuoto. Non c’è catarsi, non c’è sollievo. Anche quando un conflitto si risolve, la sensazione dominante è di perdita, non di vittoria.
Questa scelta è fondamentale per il discorso etico della serie. Fargo rifiuta l’idea che la violenza possa essere una soluzione narrativa soddisfacente. Ogni atto violento peggiora la situazione, anche quando sembra “necessario”. Non esistono giustificazioni eroiche, non esistono morti “utili”. Tutto ha un costo, e quel costo viene sempre mostrato.
Questo approccio deriva direttamente dal cinema dei fratelli Coen, in particolare da film come No Country for Old Men, dove la violenza è improvvisa, spiazzante, priva di senso morale consolatorio. Fargo prende questa lezione e la applica a un contesto ancora più quotidiano, rendendo la violenza ancora più disturbante. Non è il risultato di grandi conflitti ideologici, ma di incomprensioni, frustrazioni, ego feriti.
A distanza di dieci anni, questa scelta appare ancora più radicale. In un panorama televisivo che spesso estetizza la brutalità, Fargo continua a trattarla come qualcosa di profondamente sbagliato, non perché lo dica esplicitamente, ma perché ne mostra le conseguenze emotive. È una serie che non permette allo spettatore di sentirsi al sicuro dietro la distanza del genere.
Cosa resta davvero di Fargo oggi: una lezione sulla sincerità repressa

Arrivati a questo punto, la domanda è inevitabile: cosa resta davvero della prima stagione di Fargo dieci anni dopo? La risposta non sta nella trama, né nei colpi di scena, né nella sua influenza formale. Resta un’idea precisa di essere umano. Rimane la consapevolezza che la repressione emotiva, quando diventa norma sociale, produce individui incapaci di gestire il conflitto. Resta la paura di guardarsi davvero allo specchio.
Fargo parla ancora oggi perché racconta una società che preferisce la superficie alla verità, l’educazione alla sincerità, la calma apparente al confronto reale. Racconta il prezzo di questa scelta. Non propone soluzioni, non offre redenzioni facili. Mostra solo cosa succede quando la parte più sincera di noi viene ignorata troppo a lungo. In questo senso, Fargo è molto più di una grande stagione televisiva. È una meditazione sul vivere civile, sull’identità, sul modo in cui raccontiamo a noi stessi chi siamo. Dieci anni dopo, il suo gelo morale non si è sciolto. È ancora lì, intatto, pronto a ricordarci che sotto la neve, qualcosa continua sempre a muoversi.






