Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler su Fallout 2.
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Mica male, la seconda stagione di Fallout. Apparentemente non le è mancato niente per essere all’altezza delle aspettative, e i risultati sono stati fin qui positivi: ottime le valutazioni su IMDb e Rotten Tomatoes, molto positivi i feedback generali del pubblico. L’ultima puntata, in particolare, ha regalato alcuni momenti notevoli: il confronto finale tra Lucy e suo padre, per esempio, ha mostrato ancora una volta il talento enorme di Ella Purnell e l’esperienza eccezionale di Kyle MacLachlan. Per non parlare del Ghoul, della sua backstory e delle conseguenze che ha sul presente, Maximus e i Deathclaw, le motivazioni di Robert House, l’evocazione dell’Enclave, l’attivazione della misteriosa seconda fase e molto altro. Insomma, non mancano mai gli spunti di interesse. E la seconda stagione rappresenta il viatico ideale per una terza dalle premesse ancora più solide.
Proprio per questo motivo, non riuscivo a capire perché sentissi comunque che mancasse qualcosa. Un’insoddisfazione latente, apparentemente ingiustificata.
Un senso di vuoto, con una domanda fondamentale: perché non mi è piaciuta fino in fondo? Sono io il problema, visto che Fallout ha rispettato il suo maestoso copione dalla prima all’ultima riga da ogni punto di vista? Sì, può essere. Oppure è effettivamente mancato qualcosa. E forse il problema è paradossale: non è mancato niente, fin troppo. Niente, a eccezione di una cosa: una storia con motivazioni specifiche e, soprattutto, una direzione chiara. Chiara per tutti, non solo per chi conosce la saga videoludica e ha varie idee sulle strade che potrebbe percorrere la serie nelle prossime stagioni. Abbiamo avuto otto puntate dense di momenti notevoli, mirabili sul piano dell’intrattenimento nell’immediato, esteticamente impeccabili e accompagnati da una colonna sonora d’altissimo livello. Pochi, però, che valga davvero la pena ricordare.
Per un motivo, su tutti: è mancato il collante emotivo che abbia permesso di viverli al culmine del giusto climax.
Faccio subito un esempio, prima di procedere: la scena madre della stagione è legata al confronto finale tra Lucy e suo padre. Kyle MacLachlan ed Ella Purnell, ma anche il solito favoloso Walton Goggins, ci regalano alcuni momenti di grande tv con una gamma di emozioni che ben accompagnano un passaggio decisivo nella vita della protagonista di Fallout. Funziona tutto, in quella scena. Eppure… quanto dura? Quanto dura, all’interno del montaggio esasperante della serie?
Ci connettiamo alla vicenda in vari momenti, senza mai poterli vivere con una certa continuità. E finisce per limitare l’impatto emotivo di una scena eccezionale. Ecco, forse ci sono: con l’onere di dover raccontare tutto e farci attraversare ogni angolo di questo straordinario universo narrativo, Fallout ha finito per non farci vivere lì dentro. Abitarlo, sul serio. E frammentarci all’interno di una trama oltremisura dispersiva, finendo per interromperne sempre la crescita nel momento in cui sta per esplodere.
Il vero problema della trasposizione televisiva di Fallout

Forse era inevitabile, tutto ciò. Il mondo di Fallout è talmente ricco e sfaccettato, colmo di personaggi suggestivi e di situazioni grottesche che costituiscono una satira fenomenale dei nostri tempi, da non poter essere racchiuso all’interno di una sola serie tv. Non così, almeno. Se si pensa al videogame, d’altronde, si ha a che fare con un universo in cui l’unico possibile collante è la soggettività del gamer.
Le sue scelte, la sua volontà di andare in una certa direzione, la sua capacità di plasmare le situazioni nei momenti più importanti per poi condizionare tutto il resto. Ma una serie tv non può fare questo: il racconto è imposto dall’alto e dovrebbe andare in una direzione unica, selezionando i bivi con cura e decidendo di concentrare l’attenzione su un personaggio o sull’altro. Stabilire da che parte si sta, lasciando poi allo spettatore la possibilità di vederci dentro tutto ciò che vuole.
In questo caso, però, le priorità sono evidentemente altre. Fallout ha messo in piedi una gigantesca vetrina delle sconfinate possibilità del franchise: ci ha fatto assaggiare ogni pietanza, senza farcele assaporare davvero.
Una degustazione sommaria, con l’invito a tornare la volta dopo per selezionare quelli preferiti e vivere una cena appagante. E ci sta, sia chiaro. Ci sta nelle logiche di un franchise in cui la serie tv non è un punto d’arrivo, ma una base di partenza per consolidare il fandom e attirare soprattutto un nuovo pubblico. Facendo così, però, la serie si ferma sull’uscio, finendo per essere buona ogni volta che potrebbe essere ottima o eccezionale.
Non ho idea di quale sarebbe stata l’alternativa possibile, e non sono certo nella posizione di poter dare suggerimenti o lezioni a due autori del calibro di Jonathan Nolan e Lisa Joy, ma inizio a pensare che Fallout abbia troppe premesse per essere una serie di riferimento del nostro tempo. Troppe, al punto da non poterla essere sul serio. Non con questi presupposti, almeno. Invece di includere tutto, avrebbe forse tratto beneficio da un processo di sottrazione, dando più spazio ai personaggi principali e sacrificando altre trame e sottotrame. Perdendo così per strada tante belle opportunità, ma permettendoci allo stesso tempo di vivere un’esperienza televisiva più totalizzante.
Fallout, d’altronde, riesce a dare il meglio di sé quando la caratterizzazione dei personaggi e delle situazioni a loro legate hanno uno spazio concreto per respirare.
Vale soprattutto per Lucy MacLean e per Cooper Howard, finora protagonisti degli archi narrativi più completi, seppure dispersi tra le troppe trame proposte. Sì, vale per loro. E a questo punto mi domando se avrebbe avuto senso, per esempio, costruire stagioni più tematiche con una prospettiva quasi antologica, dando un senso diverso al racconto attraverso prospettive più personali.
Sarebbe stato possibile? Non lo so: questo è un articolo in cui condivido dubbi e perplessità soggettive, più che offrire risposte oggettive. Ma non vorrei che Fallout ripercorresse il tortuoso cammino già affrontato da un’altra grande serie tv di Nolan e Joy, Westworld: smarritosi per strada dopo due grandi stagioni (sì, due: non una), ha finito per essere preda di un macromondo in cui diventa sempre più difficile unire i fili. E lo so: Fallout, pur condividendo innegabili affinità, è un’altra cosa. Meno votata alla complessità (almeno in questa versione), più legata a un intrattenimento immediato. Ma questa rischia di essere la conseguenza: offrire intrattenimento e basta, piegando lo spettatore alla possibilità di vivere tante belle scene senza un filo solido, e poi finire la stagione con un senso di incompletezza anche quando buona parte dei momenti rendono bene se presi singolarmente.
Lo dico anche per un altro motivo: se da un lato abbiamo alcuni archi appaganti, altri finiscono per essere del tutto insoddisfacenti.

Maximus, per esempio, è un personaggio centralissimo della storia, ma quanti se ne sono accorti davvero? Al di là delle criticità globali sulla gestione del personaggio, anche lui è preda della dispersione: lo scontro con i Deathclaw è d’alto profilo, ma perde forza se diluito nel montaggio. E le dinamiche del Vault, troppo spesso isolate e abbandonate a se stesse nel corso della seconda stagione? L’elenco sarebbe lungo, troppo lungo: dalla Confraternita d’Acciaio alla NCR, dalle suggestioni di Robert House all’Enclave, passando per la Legione di Caesar e molto altro, ogni singola trama offre spunti notevoli che si risolvono con una promessa per ciò che verrà. Un rinvio al momento in cui vivremo tutto ciò, chissà quando.
Forse nella terza stagione, forse… poi. E diventa frustrante, alla lunga. Non perché non ami i racconti lenti, al contrario: tuttavia, sembra quasi che la serie voglia regalare continui impulsi per tenere alta l’attenzione del pubblico, facendolo vivere nel presente con una proiezione in un futuro indefinito. Il world building, però, rischia di essere un po’ troppo attendista, da una parte. Dall’altra, un po’ troppo suggerito e non sviluppato sul serio. Preda del montaggio e di una scrittura che non affonda mai fino in fondo rispetto alla spregiudicatezza del franchise.
A questo si aggiunge un altro elemento, più sottile ma non meno rilevante: la natura della satira.
Fallout nasce come un universo profondamente satirico, feroce nella sua rappresentazione del potere, dell’ideologia, del mito americano e della violenza come linguaggio normalizzato. Nel passaggio al formato televisivo, però, questa satira sembra in parte smussata, filtrata. Più osservabile che destabilizzante. Non assente, certo, ma meno aggressiva e scomoda. È una scelta comprensibile se l’obiettivo è parlare a un pubblico più ampio e generalista, ma che porta con sé una conseguenza inevitabile: Fallout è un mondo che dà il meglio di sé quando divide e mette a disagio, costringendo lo spettatore a ridere e subito dopo a chiedersi se avrebbe dovuto farlo. Rendendolo più accessibile, la serie ne preserva la superficie, ma rischia di attenuarne proprio quella radicalità che lo rendeva unico.
Insomma, sembra un problema disconnesso dal resto, ma è in realtà una conseguenza di quanto detto in precedenza: più che fare scelte chiare, la serie sembra voler essere un po’ troppo imparziale. Quando si esagera, però, si finisce per voler essere tante cose diverse e perdere per strada la propria identità.
Mi resta solo una certezza, al termine di questo ragionamento: spero che questa insoddisfazione latente possa venire meno con la terza stagione.
Spero che Fallout, la serie, capitalizzi la stagione di transizione con un’architettura più solida e centrata. Mi auguro, semplicemente, che possa diventare davvero grande, senza più limitarsi a essere buona. Non una serie da 7 con momenti da 9, ma una serie da 9. E basta. Andrà davvero così? Oppure i limiti strutturali hanno ormai portato a un punto di non ritorno? Devo accontentarmi di essermi divertito per un momento, pensando ad altro un attimo dopo i titoli di coda? Lo scoprirò, ma è chiaro: Fallout non è nata per essere una delle tante. Può essere una vera numero uno. A un certo punto, però, smetterò di aspettare Godot.
Antonio Casu





