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Qual è la prima immagine che vi viene in mente quando sentite nominare Charlie Sheen? Questa domanda non avrebbe molto senso con riferimento al 99% dei personaggi famosi esistenti, eppure in questo caso di senso ne ha. Eccome se ne ha. Charlie Sheen nei suoi sessant’anni ha vissuto mille e più vite. Ai più grandi fra voi sentendolo nominare verranno in mente i suoi primi ruoli: il cameo in Una pazza giornata di vacanza o il soldato Chris Taylor, protagonista di Platoon di Oliver Stone. I millennial come la sottoscritta lo assoceranno ai suoi ruoli più comici: Spin City, Due uomini e mezzo, la saga di Scary Movie. Ai più giovani probabilmente verrà in mente prima di tutto la sua foto segnaletica, l’interpretazione dei suoi guai. Queste mille e più vite sono raccontate in Aka Charlie Sheen senza fronzoli né freni inibitori, proprio da chi le ha vissute.
Non basterebbero due giorni interi senza sosta per raccontare nel dettaglio quante e quali vite hanno visto come protagonista Charlie Sheen. Alcune di queste sono talmente incredibili da sembrare sceneggiature di film d’azione più che ricordi reali di un uomo reale. Netflix ha provato a raccontarle in una serie documentario in due episodi da – rispettivamente – 93 e 88 minuti. 181 minuti totali, 3 ore nelle quali il narratore onnisciente Charlie Sheen racconta in prima persona l’incredibile storia di cui è protagonista. Come persona o come personaggio? Ottima domanda, alla quale però non so se possiamo dare una risposta chiara e univoca.
Le vite e i ruoli di Charlie Sheen si sovrappongono profondamente, e questo Aka Charlie Sheen non esita a mostrarlo fin dai primissimi secondi.

Anzi, ancora prima, fin dalla scelta di un titolo così indicativo. Aka – Also Known As, meglio conosciuto come – Charlie Sheen non fa riferimento solo al nome d’arte della persona di cui stiamo parlando, ma anche alla difficoltà di identificare una differenza tra l’uomo, l’attore, il personaggio e i ruoli interpretati. Tutte diverse facce di un’identica medaglia piena di sfaccettature e ammaccamenti, ma dura a morire.
È lo stesso Charlie Sheen a parlare della sua vita come di uno spettacolo in tre atti. Lo fa in una lunga intervista a cuore aperto che, facendo da filo conduttore di questa serie documentario, non lascia nulla al caso né all’immaginazione. Il primo atto è quello delle Feste, di una gioventù in cui è prima Carlos Estévez – bambino nato praticamente morto in una famiglia tanto ricca quanto priva di lussi – e poi Charlie Sheen, giovane che lascia la scuola per continuare sulla linea del suo celebre padre. Perché sì, qualcuno il cognome d’arte doveva pur ereditarlo.
Quella delle Feste è la fase in cui Charlie e la sua famiglia seguono Martin Sheen in giro per il mondo sui set, dove un futuro uomo ancora bambino vede suo padre morire nei suoi personaggi ancora, ancora e ancora. Un’assuefazione al dolore cominciata in età davvero tenera. È però anche la fase dei filmini girati in super 8 con gli amici e dei primi ruoli cinematografici, quelli che fanno pensare a un giovane Charlie: ci sono, posso farcela. E poi anche: posso tutto.

Dopo ci sono Le feste piene di problemi, quelle in cui il divertimento comincia a trasformarsi in eccesso, dipendenza, megalomania.
Charlie Sheen partecipa a party lunghi giorni interi, prova qualunque cosa, finisce in uno scandalo legato alla prostituzione. Entra ed esce dal rehab, ferisce con un colpo di pistola l’allora compagna Kelly Preston, va in overdose e se la prende con suo padre che rilascia dichiarazioni alla stampa che lo dava già per spacciato. E da ognuna di queste vicende riesce a uscire sempre pulito. Il racconto che fa di se stesso in Aka Charlie Sheen è quello di un uomo perennemente impunito. Un uomo in grado di uscire indenne da ogni situazione. Più ne fa, più la passa liscia, più si autoconvince di essere pressoché invincibile. C’è bisogno di una denuncia da parte di suo padre per mandarlo per l’ennesima volta in cura.
Poteva essere quella giusta, ma è a questo punto che comincia la vera discesa nel baratro: quella dei Soli problemi. Fa strano pensare al fatto che la svolta di Charlie Sheen nel mondo delle sitcom coincida con uno dei periodi peggiori della sua vita. Fa ancora più strano pensare che i suoi ruoli comici per eccellenza, Charlie Crawford in Spin City e Charlie Harper in Due uomini e mezzo, siano così strettamente legati a una persona che quando li interpretava era totalmente spezzata. I personaggi in questione sono stati scritti sulla base della personalità e delle esperienze di un uomo che stava vivendo nel baratro più totale.
I ricordi che Charlie Sheen ne dà in Aka Charlie Sheen sono quelli di una persona che vive in un frullatore.
Ed è così che passano per lui i primi anni Duemila. La nuova frontiera dell’abuso di pillole, la violenza domestica, il carcere, la scoperta della sieropositività, separazioni, nuovi rapporti e nuove separazioni si alternano in una fase durante la quale nessuno riesce a fare granché per aiutarlo. E molti, in realtà, nemmeno ci provano.

Fatto sta che mentre Charlie Sheen tocca il suo fondo, Chuck Lorre – creatore di Due uomini e mezzo – gli fa prima firmare un prolungamento di due stagioni per una serie che stava portando a entrambi non pochi ricavi, poi lo licenzia in tronco. L’attore non era in sé, lo sapevano un po’ tutti sul set e fuori. Lo racconta Charlie Sheen e poi ancora lo raccontano Denise Richards e Jon Cryer, che con lui ha condiviso tutta l’esperienza nella serie. Era il 2011 quando iniziò una delle più grandi faide della serialità comedy, portata avanti tra creatore e attore a colpi di dichiarazioni, proposte economiche, contratti e licenziamenti. La serie sarebbe andata avanti ancora per quattro stagioni, ma non sarebbe mai tornata quella di una volta.
Charlie Harper viene messo da parte, Charlie Sheen pian piano torna alla vita.
Quando l’attore ha registrato l’intervista per il suo contributo in Aka Charlie Sheen era sobrio da 7 anni. Un record, questo, che speriamo stia continuando a superare ogni giorno. L’impressione che si ha sentendolo parlare è quella di un uomo sicuramente consapevole di ciò che è stato il suo passato, degli errori fatti e di quelli ai quali nel tempo è riuscito a porre rimedio. L’attuale rapporto con la figlia, con il fratello, con il padre e con alcune delle sue ex dimostra il raggiungimento di una maturità nuova, più piena e consapevole. Ma quello che abbiamo davanti nello schermo è anche un uomo che con i suoi ruoli ha stretto un legame che va oltre. È una sorta di cordone ombelicale: gli dà la linfa vitale, ma lo tiene anche legato.
Avvia la carriera con un ruolo che doveva essere di suo fratello, prosegue in una sfilza di film che ne dimostrano i lati più drammatici per poi passare alla commedia, con ruoli scritti su misura per lui, a sua immagine e somiglianza. Non è un caso che molti dei suoi personaggi portino il suo nome, Charlie. O meglio il suo nome d’arte, perché come lo stesso titolo Aka Charlie Sheen non smette mai di suggerirci, l’identità che noi riteniamo reale altro non è che l’ennesimo pseudonimo. L’ennesimo personaggio.

Charlie Sheen si nasconde dietro Charlie Harper, Charlie Crawford, Charlie Goodson (il suo personaggio in Anger Management). Mette un po’ di se stesso in loro e li usa come uno specchio che gli permette di guardarsi dentro quel tanto che basta per riconoscersi senza farsi paura.
Ma il momento della verità arriva sempre, quello in cui personaggio e persona si fondono al punto tale da sabotarsi a vicenda.
Il caso di Due uomini e mezzo ne è la prova: più Charlie Harper va avanti, più Charlie Sheen si perde in se stesso. Aka Charlie Sheen riesce a trasmettere questo rapporto simbiotico alla perfezione tanto con le parole del suo protagonista quanto con le immagini che le coprono, scene di film interpretate da lui ed esattamente corrispondenti a ciò che lui racconta della sua vita personale, della sua vita vera. Anche stavolta non è un caso.
La verità è che per quanto aperte, dirette e consapevoli siano le parole di Charlie Sheen, durante la visione una domanda sorge spontanea: chi abbiamo davanti? L’uomo? L’attore? L’ennesimo ruolo? Se Charlie Sheen è un personaggio come i suoi numerosi omonimi, allora forse dietro il sorriso beffardo e lo sguardo di chi sembra essere sempre un passo avanti agli altri c’è ancora Carlos Estévez, quel bambino che ha visto tante volte suo padre morire ed è a sua volta morto altrettante. Impaurito della paura che pensava di aver disinnescato, nascosto dietro un personaggio che non ha mai smesso di interpretare.






