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Cosa significa fare tv e cinema oggi – Una chiacchierata con Giacomo Ciarrapico, autore e regista di Boris – II parte

Boris 4, scritta e diretta da Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo

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Nel corso della lunga chiacchierata con Giacomo Ciarrapico, riportata nei giorni scorsi, non si è parlato solo di Boris e del suo percorso: l’incontro, piacevolmente informale e denso di contenuti d’ogni tipo, è stato anche un’opportunità preziosa per parlare di tante altre cose interessanti. La sua disponibilità è stata massima dall’inizio alla fine: ciò ha permesso di esplorare meglio cosa significa essere un autore oggi, che si parli di televisione, teatro o cinema. Essere, soprattutto, un autore appassionato e con una visione chiara: ne deriva così un percorso impregnato di autenticità – quella vera, eh – e con un occhio sempre rivolto allo spettatore. È importante, allo stesso tempo, non sottovalutare le evoluzioni di un mondo in continuo movimento e le note liete che arrivano dal mondo del cinema in un periodo che necessita di riflessioni approfondite.

Le sue considerazioni a riguardo meritano quindi un articolo a parte, senza essere messe in secondo piano dalla notizia che vi avevamo dato nella prima parte. Quando si parla con un artista del genere, d’altronde, non mancano mai gli spunti di rilievo. Senza dilungarmi oltre, riporto per esempio un’annotazione sul rapporto che si crea tra l’autore e il pubblico, uno dei perni fondamentali per delineare la visione creativa di un artista e l’influenza che ha sulle sue opere: si rischia spesso di scadere nell’autoreferenzialità, e lo sappiamo molto bene.


Nel caso di Ciarrapico, tuttavia, il rischio è scongiurato.

“Ho una fissazione per il pubblico: faccio tutto per come verrà visto. C’è gente che ti dice: ‘Io lo faccio per me stesso’. No, io lo faccio per il pubblico. Se fai questo mestiere, lo fai per comunicare qualcosa. Chiedendo ad altri artisti di comunicare insieme a te”.

boris 4
Credits: Disney+

Potrebbe sembrare semplice, per qualcuno. Ma non lo è, affatto: ci sono tanti modi per sviluppare e coltivare questo canale di comunicazione: Un film, di solito, si scrive in tre atti. Il primo atto è una premessa per arrivare all’evento scatenante, per poi presentare un obiettivo. Cambia alla fine del secondo atto: muta lo stato d’animo del personaggio principale che deve raggiungere il suo obiettivo, ottenendo una vittoria o una sconfitta. Dobbiamo prendere per mano lo spettatore, ma non troppo. Uno degli errori è la battuta didascalica, dire troppo. Invece bisogna saper nascondere in qualsiasi genere. Ma è anche vero che ci sono delle arti più fortunate della nostra: la musica non ha bisogno di spiegazioni. Per la musica, quando è buona, si girano anche i gatti”.

Certe regole non cambiano mai, d’altronde. Ma viviamo in un mondo in costante movimento. E questo finisce per incidere sul nostro rapporto col cinema o la tv: “Per la nostra generazione (Ciarrapico è nato nel 1971, ndr) sarebbe stato sacrilego vedere un film o una serie, specie se fatta bene, su un telefono. Alcune cose, per noi, non si potevano vedere nemmeno in tv: si potevano vedere solo al cinema. Oggi, invece, il grosso della fruizione sta in dispositivi molto piccoli. Mi stupisce molto”.

Questo può condizionare il lavoro di un autore, oppure no.

“Non farò di tutto per cercare di fare dei film che funzionino sul telefonino. Spero di raccontare delle storie, nel mio caso divertenti, che siano avvincenti e ti inchiodino abbastanza“.

Non è semplice, e lo è sempre meno: un grande tema del nostro tempo è l’abbassamento costante della soglia d’attenzione. Diventa sempre più difficile guardare un film o una serie tra impulsi continui, notifiche e distrazioni di ogni tipo: Ecco: io mi difendo con un vecchio telefono. Mi ero ripromesso già a 18 anni che non avrei mai detto da adulto che si stesse meglio prima. Me lo sono proprio ripromesso. Quindi accetto l’evoluzione così com’è”.

Ciarrapico poi racconta un brillante aneddoto a riguardo: “Un collega mi ha detto che le prime volte in cui andava al cinema, a 10-12 anni, guardava i film e impazziva. Ce lo portava la nonna, ma lei usciva sempre molto delusa. A un certo punto, lui le chiese: ‘Ma scusa, non era bellissimo il film? Non ti è piaciuto?’. E la nonna rispose: ‘No, da quando c’è il sonoro non mi piace più il cinema’. Ognuno ha nostalgia di qualcosa”.

L’evoluzione del pubblico riguarda tutti, proprio tutti.

“È successo pure a noi. Se rivedo oggi un film che mi era piaciuto tantissimo negli anni Novanta, lo trovo lentissimo. Quindi anche a noi stessi è successo qualcosa. Nel momento in cui facciamo zapping, abbiamo molta meno pazienza. Se è successo a me che sono del ‘71, figuriamoci ai ragazzi che necessitano di essere subito inchiodati. Io ho visto Mediterraneo: l’ho trovato lentissimo, nonostante sia stato un film di riferimento della nostra generazione”.

Ciarrapico è, ancora una volta, chiarissimo: “Bisogna fare i conti con tutto questo, ma col giusto equilibrio. Senza farsi piegare. È però importante sapere che il pericolo esiste. Bisogna quindi trovare il giusto compromesso perché poi ci sono dei film che reggono tantissimo. I pischelli vedono Ritorno al Futuro ancora oggi e se lo godono tutto”.

C’è poi un certo disimpegno del pubblico in sala, anche se in realtà non mancano esempi diversi:Il pubblico del cinema è una grande orchestra senza direttore. Ogni tanto premia cose che non ti aspetti: il film di Paola Cortellesi in bianco e nero, per esempio, su un tema così forte. Il ragazzo dai pantaloni rosa è andato fortissimo e non te l’aspetti. Non è detto che ci sia solo Zalone”.

Il cinema italiano sa essere tante cose diverse. Ed è importante evitare di avere prodotti omologati, tutti uguali.

Una scena da Le Città di pianura
Credits: Vivo Film

“Questa è la speranza. Se poi vincono i film che hanno più battage e più attori, la storia viene messa in secondo piano. Sono molto contento, per esempio, per il successo del film Le città di pianura. Così viene premiato veramente il merito. Altre volte, invece, ci sono dei film che ti senti quasi costretto a vedere, poi in realtà sono molto deludenti”. Il cinema non è morto, affatto:“Dopo il Covid, visto che ci siamo comprati televisori sempre più grandi, sembrava che il cinema si fosse trasformato in un’esperienza per pochi, una specie di esperienza da arte contemporanea. Invece la gente va al cinema: meno di un tempo, però va”.

Ma produrre qualcosa di innovativo non è semplice, in Italia. E Ciarrapico lo spiega bene: “La situazione in Italia è complicata perché c’è un po’ una standardizzazione. Anche le piattaforme cercano di inseguire: dovrebbero invece cercare di essere inseguite nei loro prodotti. Boris, oggi come oggi, non sarebbe stato prodotto. Al cinema, invece, nessuno oggi produrrebbe mai Ferreri”. Non è semplice, ma qualcuno ci prova sempre. E meno male: “C’è qualcuno di coraggioso. Tra i più coraggiosi, c’è il primo produttore con cui siamo nati io e Vendruscolo: Gianluca Arcopinto. È tornato a produrre e sono molto contento. Fa proprio film di nicchia: adesso ha prodotto Gioia mia e sta producendo il film di Marco Amenta. Lui fa quello che altri non fanno”.

Ecco, questo è un gran modo per chiudere la ricostruzione della nostra chiacchierata con Giacomo Ciarrapico, un po’ come avevamo già fatto nel primo articolo: una nota di speranza proiettata in avanti. Verso il futuro, perché non è mai tutto buio: l’arte, talvolta, sa accendere le luci più insperate.