Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler su Your Friends & Neighbors e BoJack Horseman.
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Guardando Your Friends & Neighbors c’è un momento in cui la sensazione di déjà-vu smette di essere un’impressione vaga e si trasforma in una chiave di lettura vera e propria. Non è soltanto la suggestione iniziale della piscina, né un richiamo visivo o un’eco simbolica isolata. Ma è la scrittura stessa dello sguardo del protagonista a evocare in maniera insistente e quasi inevitabile l’universo di BoJack Horseman. È come se entrambe le serie, pur muovendosi su registri estetici e narrativi molto diversi, condividessero una medesima prospettiva sul mondo. E, soprattutto, su ciò che resta quando quel mondo smette di funzionare. Il punto di contatto più evidente, e al tempo stesso più profondo, risiede proprio nei loro protagonisti: uomini che hanno abitato a lungo un sistema fondato sul privilegio, sul riconoscimento e su una forma di successo che, più che costruire un’identità solida, finisce per sostituirla.
In entrambi i casi, il benessere economico e sociale non è mai soltanto un contesto, ma diventa una lente attraverso cui leggere ogni relazione, ogni scelta, ogni percezione di sé. E quando questa lente si incrina, quando qualcosa – una perdita, un fallimento, una crisi – rompe l’equilibrio apparente, ciò che emerge non è soltanto la caduta, ma una nuova modalità di osservazione, più lucida e insieme più crudele. In BoJack Horseman questa dinamica è esplicita fin dall’inizio. BoJack osserva Hollywoo con un cinismo che è al tempo stesso difesa e condanna, un modo per tenere a distanza un mondo di cui continua, paradossalmente, a desiderare l’approvazione. La sua disillusione non nasce da una presa di coscienza improvvisa, ma da un logoramento progressivo.
Da anni di partecipazione a un sistema che promette tutto e svuota lentamente ogni cosa di significato.

In Your Friends & Neighbors (disponibile su Apple TV), invece, questo sguardo sembra emergere in modo più repentino, quasi come una conseguenza inevitabile della perdita. Il protagonista, privato delle coordinate che lo definivano, si ritrova improvvisamente nella posizione di chi guarda dall’esterno un mondo che fino a poco prima era il suo habitat naturale. Ed è proprio in questo passaggio – da partecipante a osservatore – che le due serie trovano la loro convergenza più interessante. Non si tratta di un semplice cambiamento di status, ma di una trasformazione dello sguardo che investe ogni aspetto della realtà. Le relazioni appaiono più fragili, le dinamiche sociali più artificiali, i rituali di successo più vuoti. Ciò che prima era dato per scontato diventa improvvisamente visibile nella sua costruzione, nella sua natura performativa, quasi teatrale.
La differenza, poi, sta nel modo in cui questa nuova consapevolezza si traduce in azione. BoJack reagisce alla propria crisi con una spirale autodistruttiva che passa attraverso relazioni fallimentari, abuso di sostanze e un continuo sabotaggio di sé stesso. Coop, invece, sceglie una strada che è apparentemente più pragmatica, quasi razionale, ma che in realtà lo conduce in una forma altrettando profonda di compromissione morale. Il furto si trasforma progressivamente in un’abitudine, in una nuova modalità di esistenza che lo avvicina sempre di più a un sottobosco di illegalità e ambiguità. Ed è proprio in questa scelta che si manifesta uno degli aspetti più affascinanti del parallelismo con BoJack Horseman: entrambi i protagonisti, pur riconoscendo la vacuità del mondo da cui provengono, non riescono a sottrarsi alle sue logiche.
Ma finiscono per riprodurle in forme diverse, spesso più estreme.

Coop continua a gravitare attorno allo stesso ambiente di privilegio, entrando e uscendo dalle case dei suoi amici non più come pari, ma come intruso. BoJack, allo stesso modo, continua a orbitare attorno a Hollywoo, incapace di abbandonare davvero quel sistema che lo ha definito.In entrambi i casi, il distacco disilluso non si traduce mai in una vera emancipazione, ma piuttosto in una forma di partecipazione alterata, distorta, che rende ancora più evidente l’artificialità di quel mondo.
Coop, entrando nelle case degli altri, ne osserva i dettagli più intimi, le crepe nascoste sotto la superficie perfetta, scoprendo che dietro l’apparenza di stabilità si nasconde lo stesso vuoto che ora riconosce in sé stesso. È uno sguardo privilegiato e al tempo stesso disturbante, perché lo pone in una posizione ambigua: non più parte integrante di quel contesto, ma nemmeno completamente esterno. Questa ambiguità è centrale anche in BoJack Horseman, dove BoJack è costantemente sospeso tra il desiderio di essere riconosciuto e la consapevolezza che quel riconoscimento è, in fondo, privo di valore. Entrambi vedono il sistema per quello che è, ne colgono le contraddizioni, ma non riescono a costruire un’alternativa credibile.
Finendo per muoversi in una zona grigia fatta di cinismo e inerzia.

In questo senso, il vero punto di contatto tra Your Friends & Neighbors e BoJack Horseman non è tanto nella trama o nelle singole situazioni, ma in questa tensione costante tra consapevolezza e immobilità, tra critica del sistema e impossibilità di sottrarsi ad esso. Entrambi i protagonisti si muovono all’interno di mondi che hanno imparato a vedere con chiarezza, ma da cui non riescono davvero a uscire, finendo per abitare una zona intermedia che è, al tempo stesso, il luogo della loro maggiore lucidità e della loro più profonda condanna. E forse è proprio questa condizione a rendere il parallelismo così efficace e, in fondo, così inquietante.
Perché suggerisce che la vera trappola non è il sistema in sé, ma il modo in cui esso si radica nell’identità di chi lo abita, rendendo impossibile distinguere tra ciò che si è e ciò che si possiede, tra il valore personale e il riconoscimento sociale. Coop e BoJack, ognuno a modo suo, arrivano a intravedere questa verità, ma lo fanno quando ormai è troppo tardi per trasformarla in qualcosa di diverso da una consapevolezza dolorosa, che li accompagna – e li definisce – lungo tutta la loro traiettoria narrativa.





