9) La verità sull’orfanotrofio – The Promised Neverland

Ragazzi vivaci, prati verdi, un orfanotrofio immerso nella natura. I protagonisti giocano, leggono, imparano. C’è ordine, c’è affetto. C’è perfino una figura materna che li accudisce con premura. È un luogo chiuso, certo, ma protetto e si respira un’aria vagamente fiabesca, come se tutto stesse lì solo per ricordarci che l’infanzia è un tempo magico, e che quei bambini meritano un lieto fine. Poi però l’incanto si spezza, lasciando spazio a una serie di immagini disturbanti. Un coniglio di peluche dimenticato. Una bambina adottata. Un cancello oltre cui non si dovrebbe andare. E i due protagonisti – Emma e Norman – decidono di seguirla. Solo per salutarla e per recuperare l’oggetto smarrito.
Quello che trovano è una realtà che non avevano neanche concepito.
Il corpo senza vita della bambina, rinchiuso in un contenitore metallico e poi, dietro l’angolo, le creature. Esseri alieni e crudeli che si nutrono di carne umana. L’orfanotrofio non è altro che una fattoria e loro, tutti loro, sono il bestiame.
Il plot twist dell’anime The Promised Neverland affonda nella filosofia, perché uccide l’idea dell’infanzia come spazio inviolabile. La cura viene brutalmente riletta come strumento di controllo e l’affetto parte dell’inganno. L’anime colpisce come una lama sottile, muovendosi con precisione chirurgica e distruggendo la fiducia come meccanismo narrativo. Insegna a chi guarda che nessun recinto è sicuro, e che spesso, dietro la parola “casa”, può nascondersi una gabbia.






