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9 tra i plot twist più iconici in assoluto nella storia degli anime

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5) Il finale di L – Death Note

Death Note - L

L non è un eroe nel senso classico. È freddo, imperscrutabile, manipolativo quasi quanto il suo avversario. Ma rappresenta un’idea: la razionalità come ultimo baluardo contro l’arbitrio morale. L non crede in una giustizia astratta, quanto piuttosto nel caro vecchio metodo scientifico. È il simbolo della ragione umana in un mondo dove il potere di uccidere è diventato arbitrario, invisibile, non verificabile.

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Quando L muore, Light non ha disintegrato l’unico strumento reale di controllo che il mondo aveva su di lui. L era l’unico che non si fermava davanti all’impossibile intuendo le falle del sistema morale di Kira. La sua eliminazione è una mossa strategica, ma anche concettuale. Da questo momento in poi, l’anime non racconta più una lotta tra due idee, ma la progressiva caduta di un individuo nel delirio di onnipotenza. Il modo in cui muore è significativo. L capisce, o almeno intuisce, cosa sta succedendo, ma non può impedirlo, perché Light ha momentaneamente ceduto il quaderno e messo in atto un piano troppo contorto per essere provato con logica. L è sconfitto perché, nel profondo, è vincolato al principio di verificabilità. Non può accusare senza prove e così facendo perde.

Dopo la morte di L, l’anime fatica a ritrovare la stessa tensione. Near e Mello sono costruiti come eredi di un gioco mentale di cui non conoscono davvero le regole. In questo senso, la morte di L non è solo un colpo di scena, ma un punto di rottura deliberato. È Death Note (disponibile sul catalogo Netflxi qui) che decide di smettere di essere una sfida a due, per diventare il racconto di un personaggio che perde se stesso nell’illusione del controllo totale.

6) La rivelazione di Itachi – Naruto

In una storia costruita su duelli e rivalità, Itachi Uchiha è sempre stato qualcosa di anomalo. Non il classico villain e neppure una semplice spalla. Un personaggio che incuteva rispetto, inquietudine, distanza, l’assassino del proprio clan e il fratello che ha lasciato Sasuke in un inferno privato. Per anni, Naruto ci ha mostrato questa versione di Itachi, come figura monolitica, glaciale, inesorabile.

Nessun dubbio, nessuna sfumatura fino a che non arriva l’inaspettato plot twist dell’anime. Itachi non era un criminale, bensì un sacrificio.

La strage degli Uchiha non fu una scelta solitaria, ma una missione imposta. Un’operazione politica, preventiva, condotta nell’ombra per evitare una guerra civile. Il clan stava preparando un colpo di stato e i vertici del potere decisero di soffocarlo sul nascere. A eseguire l’ordine fu proprio Itachi, con la sola condizione di risparmiare la vita del fratello. È una svolta narrativa che non redime Itachi da tutto il male che ha causato, ma che sicuramente lo posiziona in una zona molto più grigia rispetto al passato. Lo trasforma in un agente del sistema, in un uomo che ha scelto di obbedire non per cieca fedeltà, ma per calcolo. La pace, a costo della colpa. Il villaggio, a costo del proprio nome.

In questo, Naruto si allontana da ogni manicheismo. Il colpo di scena non è lì per commuovere, ma per confondere. La figura di Itachi, dopo la verità, si frammenta piuttosto che espiare la propria colpa. Non lo si può odiare più, ma nemmeno amare del tutto. È un personaggio che si rifiuta di essere riassunto che ha lasciato che il fratello lo uccidesse, consapevole che solo così la finzione sarebbe diventata leggenda.

Con il plot twist su Itachi, l’anime cambia tono. Introduce l’ambiguità del potere, la logica delle istituzioni che sacrificano l’individuo per la stabilità. L’eroismo si sporca, la giustizia si mescola alla menzogna.

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