3) Il tradimento di Aizen – Bleach

Per buona parte della prima saga, Aizen è una figura secondaria ma rassicurante. Un capitano della Soul Society, rispettato e rispettabile, almeno fino a quando non viene trovato morto. E già lì si intuisce che c’è qualcosa che non torna, perché la sua morte è troppo “pulita”, troppo comoda. Ovviamente è solo il preludio. Il vero shock arriva quando, nel bel mezzo del caos, Aizen riappare vivo, illeso e completamente diverso.
Il tradimento di Aizen funziona così bene perché non è teatrale. Non è accompagnato da urla, né da rabbia. È freddo, chirurgico, costruito con una lucidità quasi fastidiosa. Ogni parola che pronuncia dopo la rivelazione suona come una porta che si chiude. L’Aizen che pensavamo di conoscere non è mai esistito. In quel momento iconico in cui solleva le lenti e si pettina i capelli all’indietro, l’atmosfera cambia del tutto. Quella scena rappresenta la rottura di un contratto emotivo. Da ora in avanti Bleach non sarà più la storia di shinigami leali e battaglie per la giustizia.
È un tradimento che colpisce più della morte di un personaggio, più di una sconfitta in battaglia. Colpisce perché ci obbliga a riconsiderare tutto ciò che è venuto prima. Ogni gesto, ogni scena, ogni parola di Aizen acquista un significato diverso a posteriori. La fiducia data a lui, tanto dagli altri personaggi quanto dallo spettatore, viene rovesciata con una semplicità brutale.
4) Il finale di Odd Taxi

Il protagonista, Hiroshi Odokawa, è un tassista schivo, con gli occhi perennemente stanchi e una voce che sembra parlare più a se stessa che agli altri. Non è simpatico, ma è coerente e soprattutto, ci fa sentire che il mondo, per quanto bizzarro, ha una sua logica interna.
Il plot twist nel finale dell’anime non riguarda la risoluzione del mistero, che già di per sé è ben congegnato.
Non si tratta della sparizione della ragazza, né degli intrighi della yakuza o dei giochi di potere dietro l’app Zooden. Il vero colpo di scena è visivo, silenzioso, e arriva quando ormai sembra che tutto sia stato detto. Odokawa, ricoverato in ospedale dopo un incidente, si guarda allo specchio. E non vede più un tricheco, bensì un uomo. Tutto Odd Taxi è stato narrato dal punto di vista di un protagonista che percepisce le persone come animali. Perché? Perché ha un disturbo neurologico, un meccanismo di difesa innescato da un trauma. Una forma di prosopagnosia selettiva, forse. Quell’universo popolato da alpaca, scimmie e gatti era solo la realtà come la vedeva lui.
La potenza di questo finale sta nel fatto che non smentisce nulla di ciò che è accaduto, ma ci obbliga a rileggerlo sotto una luce diversa. Odokawa non è un eroe. È solo un uomo che ha passato la vita a nascondere qualcosa, una realtà troppo difficile da sostenere, e che, poco a poco, comincia a riemergere. Il colpo di scena finale non lo riscatta, non lo trasforma, piuttosto lo spoglia del tutto. Lo mette di fronte al fatto che il mondo, così com’è, non si può ignorare per sempre.






