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Le nuove puntate di Accused (in onda su NOW) sembrano prendere le distanze dal percorso tracciato fino a questo momento, scegliendo una via più intima e meno immediata. Non rinunciano al dispositivo del processo, ma lo svuotano di centralità per concentrarsi su ciò che accade prima, molto prima che venga pronunciata una sentenza. Al centro di entrambi gli episodi c’è l’amore, osservato però nel suo lato più fragile e ambiguo: come forza capace di deformare la percezione, alterare il giudizio, spingere verso scelte irreversibili. Due storie diversissime per ambientazione e tono, eppure unite da una stessa inquietudine di fondo: quanto controllo abbiamo davvero sulle conseguenze delle nostre azioni? Il racconto di Eugene si regge su un sentimento che lui stesso ha trasformato in racconto. Il suo amore per la moglie è qualcosa che ama condividere, quasi esibire, come se ripeterlo agli altri servisse a renderlo più solido, più reale.
È una narrazione che Eugene usa anche per rassicurare se stesso: l’idea che un legame fondato sulla fiducia e sulla dedizione possa resistere a tutto, persino al peso di un passato ingombrante. La sua è una fiducia totale, quasi assoluta, che non ammette zone d’ombe. E propria per questo diventa pericolosa. Quando qualcosa si incrina, Eugene non mette in discussione l’amore, ma cerca i ricomporlo, di aggiustarlo. Interpreta ciò che accade come un problema pratico, una situazione da risolvere con il buon senso e con la generosità. Nel suo atteggiamento c’è una bontà autentica, ma anche una profonda ingenuità: la convinzione che basti fare la cosa giusta, o quella che si ritiene tale, per evitare conseguenze dolorose.
Accused costruisce il suo dramma proprio su questo, mostrando quanto sottile sia il confine tra proteggere e invadere, tra fidarsi e non voler vedere.

La sua versione dei fatti non è necessariamente falsa, ma è incompleta, condizionata dall’amore e dal bisogno di credere in una certa immagine della moglie e del loro rapporto. Eugene agisce convinto di fare la cosa migliore, ma ogni sua scelta contribuisce a creare il contesto in cui l’irreparabile diventa possibile. Come in ogni episodio di Accused la tragedia non esplode all’improvviso: è il risultato di una serie di micro-decisioni, di tentativi di semplificare una realtà che semplificabile non è. È possibile dichiararsi estranei a un evento solo perché non lo si è voluto? Fino a che punto l’assenza di intenzionalità attenuta la responsabilità? La serie sembra suggerire che un incidente raramente è isolato, raramente nasce dal nulla. È piuttosto l’ultimo anello di una catena, e ignorare i passaggi precedenti non significa cancellarli.
Se la storia di Eugene è tutta giocata sull’emotività e sulla fiducia, quella di Megan si muove su un piano apparentemente opposto. Qui il sentimento è subordinato all’efficienza, l’intimità trattata come una funzione sacrificabile. Il mondo in cui vive Megan è ipertecnologico, ma ciò che racconta è profondamente contemporaneo: una realtà in cui il tempo emotivo viene compromesso, ottimizzato, delegato. Megan non è incapace di amare, ma considera l’amore come qualcosa che può essere gestito, compensato, sostituito. La scelta di introdurre un robot nella vita di coppia nasce da una logica pragmatica, persino altruistica. È il tentativo di risolvere una mancanza senza affrontarla davvero, di evitare il confronto diretto con il fallimento del proprio equilibrio emotivo. Ma Accused ribalta presto questa apparente razionalità, mostrando come la tecnologia non elimini il conflitto, ma lo sposti, e lo amplifichi.
Il problema non è il robot in sé, bensì l’idea che l’intimità possa essere esternalizzata senza conseguenze.

Quando il legame tra il marito e la macchina si trasforma in qualcosa di più profondo, ciò che emerge è una ferita identitaria. Megan non si sente solo tradita: si sente rimpiazzata, resa obsoleta. La gelosia che la travolte non riguarda soltanto l’amore, ma il valore stesso dell’essere umano in un mondo in cui tutto può essere replicato, migliorato, perfezionato artificialmente. E se una tecnologia può essere considerata responsabile, allora l’essere umano può sottrarsi al peso delle proprie azioni. L’assoluzione di Megan non è solo il fallimento di un processo, ma il sintomo di un sistema che preferisce attribuire la colpa a cià che non prova emozioni, piuttosto che riconoscere la complessità morale di chi le prova.
Il risultato di questi due episodi è un senso di inquietudine che non si esaurisce alla fine di essi, perché non riguarda ciò che è successo, ma ciò che avrebbe potuto essere evitato. È un disagio silenzioso, che nasce dal riconoscere come le decisioni più pericolose siano spesso quelle prese in buona fede, nel tentativo di sistemare le cose senza affrontarle davvero. In questo senso, Accused continua a dimostrare che il vero peso delle storie che racconta non sta nel crimine in sé, nel gesto in sé, ma in tutto ciò che lo precede. E che, proprio per questo, somiglia fin troppo alla vita reale.




