Ci sono momenti in cui sono davvero grata all’universo per non aver cominciato una serie tv fin dal suo momento zero. Capita a tutti, anche a chi le serie le guarda non solo per intrattenimento ma proprio per passione, di perdere l’uscita di qualche grande titolo. La vera saggezza però sta nel capire che si tratta di titoli da recuperare. A me è successo di recente con Scissione, una serie di cui avevo tanto sentito parlare ma che per un motivo o per un altro non avevo mai cominciato. Le cose sono cambiate un paio di settimane fa, quando una conversazione con una collega (grazie Olga) mi ha fatto pensare che fosse il momento giusto. E lo era, lo era davvero.
Lo era sia perché io una serie come Scissione proprio non potevo perderla, sia per un motivo molto più pratico: se l’avessi vista in contemporanea con la distribuzione avrei dovuto attendere quasi 3 anni – e ripeto TRE ANNI – dopo il finale della prima stagione. Conosco i miei limiti e so che un’attesa così lunga dopo un finale così intenso io proprio non avrei potuto reggerla. Lo sa anche Olga, che è stata prontamente avvisata di tutte le mie reazioni agli episodi. Per fortuna comunque non è successo, e nel giro di un paio di settimane sono riuscita a portarmi a casa tutta la prima stagione e a mettermi in pari con la seconda.
Oggi voglio sì pensare a Scissione, ma sotto un’altra lente.
Oggi voglio pensare al fatto che nelle 12 puntate di cui ho attualmente goduto, direi mediamente poche, questa serie mi ha regalato cento, mille, infiniti spunti di riflessione. Pensieri su di me e sulle persone che ho attorno, sulla contemporaneità, sul modo che abbiamo di affrontare la sofferenza. Pensieri che episodio dopo episodio, scena dopo scena si radicano prepotentemente nella mia mente. E fremo all’idea che non sia ancora finita qui, perché palesemente dell’universo di Scissione e della Lumon sappiamo ancora troppo poco. Ma c’è un pensiero che più di tutti mi è entrato in testa e non riesce a uscirne, e proprio per questo credo che l’unico modo per dargli un senso e uno scopo sia condividerlo qui con voi: Scissione è la critica del Dio Lavoro di cui avevamo bisogno, anche se forse non lo sapevamo.

Da che mondo è mondo, da che umanità è umanità, alcune domande esistenziali si sono ripetute e continuano a ripetersi sempre uguali. Chi siamo? Da dove veniamo? Qual è il nostro scopo sulla Terra? Come e perché andare avanti giorno dopo giorno, soprattutto nei momenti più difficili? Qual è, più in generale, il senso di ciò che viviamo? Stesse domande, diverse risposte che nel corso dei millenni si sono susseguite dando vita a filosofie, religioni e culti più o meno antichi. Culti che continuano a nascere e a strutturarsi in modo diverso, che non mettono più necessariamente al centro divinità nelle quali avere fede ma anche persone, storie, elementi della vita quotidiana, tangibile e concreta.
Nell’universo narrativo di Scissione il culto è un elemento più che presente.
Non si parla mai di religione nel modo più classico, né la fede dei protagonisti è un elemento rilevante. Questo, però, solo se intendiamo la fede nel senso più stretto del termine. Perché se è vero che Mark, Helly, Dylan e tutti gli altri non ripongono le loro speranze (almeno per quello che abbiamo visto fino a ora, cioè alla puntata 2×03, anche se dubito sinceramente che possa accadere in futuro) in nessun Dio, Allah o Buddha del caso, c’è sicuramente un elemento che si rivela essere in diversi modi la risposta a molte delle loro domande. È qualcosa in cui credere, a cui affidarsi tanto da rappresentare un culto di quelli con la C maiuscola, o che comunque per lo meno vi si avvicina in modo profondo e a tratti quasi inquietante: il lavoro. Anzi, il Dio Lavoro.
I personaggi di Scissione diventano in più di un’occasione la rappresentazione più che realistica del modo in cui (troppo) spesso si concepisce e affronta il mondo del lavoro oggi, almeno nel mondo occidentale. E questo vale tanto per gli esterni quanto per gli interni, in modi diversi ma a volte anche complementari. Nel mondo capitalista nel quale siamo sommersi fino al collo, parlare di lavoro non significa mai parlare solo dello strumento che ci permette di guadagnare quanto ci serve per vivere le nostre vite. Parlare di lavoro significa quando va bene parlare di passione; quando va male parlare di un elemento che può arrivare a totalizzarci. “Vivere per lavorare o lavorare per vivere?“, si chiede Lo Stato Sociale in una delle sue canzoni. Non sempre la risposta è semplice, e questo Scissione lo racconta molto bene.
Partiamo dall’esempio più lampante, quello di Mark Scout.

Più precisamente, partiamo dal suo esterno. Il Mark di fuori, quello per così dire del mondo reale, sceglie di sottoporsi alla scissione per affrontare la morte della moglie. Una morte che lo strazia, lo logora e non gli permette di tornare a essere il Mark di prima: non lo fa tornare al lavoro, distrarsi, provare a essere di nuovo felice. Scindersi per lui significa darsi una nuova opportunità, dando vita a una versione di sé che per 7 ore al giorno quel lutto non lo ha mai vissuto. Anzi, ancora meglio, che il lutto praticamente non sa cosa sia. Scindersi significa potersi distrarre, potersi permettere di pensare ad altro anche se, tecnicamente, il Mark esterno questi nuovi pensieri non può arrivare a conoscerli. Ma per lo meno sa che una parte di sé può permetterseli.
Così facendo, Mark diventa la perfetta rappresentazione del più classico dei pensieri che facciamo quando le nostre vite private ci mettono davanti a problemi più o meno gravi: vado a lavoro così almeno mi distraggo. Vediamo la possibilità di metterci davanti al computer o di fare qualunque sia l’attività per la quale veniamo pagati come un modo per pensare ad altro, per isolarci dalla parte più profonda di noi, quella che sta soffrendo e che per questo non ci piace, tanto da volerla sopprimere. La mia onesta opinione? Riuscirci nel mondo reale è davvero complicato, e le numerose volte in cui sono scoppiata in lacrime per i motivi più disparati davanti ai miei colleghi per me sono indizi che fanno una prova. Ma nell’universo di Scissione Mark può e noi che lo guardiamo ne siamo anche invidiosi. Eh già, perché almeno una volta nella vita ci abbiamo provato anche noi.
Abbiamo scelto la distrazione dai problemi alla possibilità di affrontarli e sviscerarli.
Abbiamo, insomma, affidato la risposte al dio sbagliato. Per il Mark esterno il lavoro diventa la risposta a un bisogno viscerale ed esistenziale: andare avanti, continuare a vivere. E questo anche se nel senso più pratico del termine non so se quella di Mark S. sia proprio considerabile parte della vita di Mark Scout. Ma se per l’esterno il lavoro è la risposta a un bisogno, per l’interno di Mark come per tutti gli altri il lavoro diventa (o per lo meno è all’inizio della serie) la vera e propria essenza della loro vita. Gli interni nascono per questo: per lavorare, per produrre senza neanche sapere cosa fanno nel concreto, né a cosa le loro attività servano al più ampio sistema della Lumon.

Il lavoro per gli interni è la risposta a tutte le domande. Chi sono? Un lavoratore della Lumon. Cosa faccio? Permetto al suo ingranaggio di continuare a funzionare. Qual è il senso della mia vita? Fare in modo che tutto continui a essere esattamente com’è. La Lumon è la religione nella quale gli interni credono, anche se forse non consapevolmente. Sono nati e sono stati socializzati così, è l’unica opzione che conoscono. Per gli esterni è diverso, loro l’hanno scelta e alcuni fanno della Lumon il loro credo più che consapevolmente. Parlo di Helly, cresciuta a pane e principi fondamentali, appresi come i bambini al catechismo imparano i 10 comandamenti. E parlo anche della signora Cobel o Selvig, come preferite chiamarla, che in pieno stile Cattolicesimo dei tempi passati tiene in casa un vero e proprio altare sacro dedicato alla Lumon e al suo più alto rappresentante: Kier Eagan.
Principi, altari, raffigurazioni dipinte su tela o costruite in fedeli riproduzioni diventano elementi che uniscono il profano al sacro.
Se il lavoro è una religione, la Lumon è il luogo di culto per eccellenza, dove tutto è perfetto e l’obbedienza si fa totalizzante. E se la Lumon è il luogo di culto, colui che l’ha costituita è la persona da venerare. Kier è una sorta di Messia nel mondo di Scissione, colui che per primo ha diffuso il verbo e ha permesso la realizzazione di un sistema totalizzante nel quale però in tanti ripongono la loro piena fiducia e la loro stessa vita. È un dio che si trasforma perché le persone che credono in lui possano sentirlo più vicino, proprio come Milchick che nei suoi nuovi quadri lo vede con il proprio volto. La sua parola è legge ma è anche fonte di ispirazione; violarla è motivo di punizione ma anche di vergogna per essere andati contro i suoi principi.
Di lui si canta, si racconta, probabilmente molto si inventa. Se ne reinterpretano le parole nel modo più congeniale ai propri bisogni. Vi ricorda qualcosa? Di Kier si impara la filosofia, la visita alla riproduzione della sua casa è una sorta di pellegrinaggio premio. È un modello valoriale ma anche un’entità in qualche modo da temere, alla quale non bisogna ribellarsi mai. Non si può. Eppure come quattro traditori, come una sorta di quattro Giuda, gli interni di Mark, Helly, Dylan e Irving lo fanno: scatenano la ribellione.

Io non lo so dove i prossimi episodi di Scissione ci porteranno.
Quello che so è che potrei stare qui a scrivere di questa serie per ore, ore e ancora ore riflessioni frutto di una visione incompleta. Perché tanto c’è ancora da capire e tante riflessioni ci sono ancora da fare. Tutto ciò che ho scritto nelle ultime 1700 parole è solo una delle svariate riflessioni che potrei fare, su uno degli innumerevoli temi che questo piccolo gioiello di Apple TV+ ci sta proponendo. Ma oggi mi sembra assurdo pensare al fatto che in un mondo come quello in cui viviamo, un mondo in cui il lavoro è davvero – anche se in modo certamente meno netto – per alcuni di noi una sorta di religione che con i suoi principi influenza le nostre scelte, una riflessione su un tema così impattante non fosse stata ancora fatta. O per lo meno, di sicuro non in modo così audace e approfondito.
Detto tutto questo, e ora? Ora torno al lavoro, la mia vita in ufficio mi aspetta. Ma potete stare tranquilli: non è molto diversa da quella al di fuori. E spero che resti sempre così: nella mia vita per Martina M. non c’è posto.

