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Marty Mauser (aka Marty Supreme) è una persona terrificante. E nemmeno per un secondo, nemmeno quando vince, vorresti mai essere come lui. La gloria lo incastra, l’ossessione diventa una gabbia, chiunque lo aiuti diventa un individuo da truffare. Perché per Marty Mauser vale tutto. Il fine, nella sua testa, non soltanto giustifica i mezzi, ma si trasforma anche in un modo per ingannare e sedurre, per proiettarsi nel futuro. Un imbroglione disgraziato, che per il suo sogno metterebbe tutto a rischio, al punto da sacrificare ogni parte di se stesso, fino a perdersi completamente tra le strade di una New York spoglia e desolante, caotica e sporca come un giocatore dopo venti match.
Il corpo diventa qui una scenografia, la fatica è il riflesso di chi non ha respirato e adesso si ritrova schiacciato dalla propria stessa ambizione. Velocità, frenesia, desolazione: queste sono le costanti di Marty Supreme, la nuova pellicola con Timothée Chalamet diretta da Josh Safdie, già candidata agli Oscar 2026 e sempre più considerata vincitrice nella categoria di Miglior Attore Protagonista. Una possibilità sempre più concreta che non sarebbe soltanto il sogno di un attore che da anni corre verso la statuetta, come il suo alter ego Marty Supreme corre verso la vittoria, ma anche il compimento naturale della parabola del film: sognare, trionfare, fare le cose in grande.
Nel corso di questi mesi, Timothée Chalamet non ha mai abbandonato il suo personaggio, non è mai uscito di scena, promuovendo il film con la stessa determinazione dell’uomo che interpreta: per questo motivo, dopo anni passati davanti ai riflettori, risponde alle domande dei giornalisti mettendo in luce il suo talento e il lavoro svolto negli ultimi otto anni, tinge il mondo di arancione e fa volare un dirigibile dello stesso colore, con scritto il titolo del film.
Dal tetto dello Sphere, illuminato di arancione e con su scritto Marty Supreme, Chalamet ha urlato la data d’uscita del film. Nella stessa struttura, la citazione “dream big”, una frase che nel corso delle ultime interviste l’attore non ha mai smesso di ripetere. L’obiettivo era chiaro: non uscire mai di scena, promuovendo il film con la stessa determinazione che vediamo sullo schermo, ma che in quel racconto non viene mai davvero ricompensata.
Marty Supreme è un film sporco, lontano da qualsiasi film sportivo che racconta che se sai sognarlo, allora puoi farlo. Non c’è retorica nel sogno, ma solo una sgraziata ossessione che finisce per rinchiudere il protagonista in una gabbia

Non è tutto finto, non è tutto vero. Marty Supreme è infatti liberamente ispirato alla vita di Marty Reisman, medaglia di bronzo ai Mondiali di tennistavolo. Da questo atleta, il film prende in prestito lo stile e il mito, condendo il tutto con una personalità che regge l’intero arco narrativo. Sogna in grande, anche se l’obiettivo è quello di diventare il più grande atleta di uno sport che nel tuo Paese praticamente non esiste e la tua unica paga proviene da un negozio di scarpe in cui non vuoi lavorare. Sogna in grande, anche se le tue vittorie all’estero non ti portano mai davvero a nulla e, alla fine, finisci sempre per tornare da dove sei venuto. E fallo ancora, anche se sei rimasto completamente da solo, una solitudine di cui sei il principale artefice.
Questo se lo ripete costantemente Marty Mauser, anche quando il sogno si allontana. Un’epopea, quella raccontata nel film, che dura due ore e mezza di fallimenti costanti, inganni e umiliazioni nei confronti degli altri e di se stessi. Lo dicevamo all’inizio: Marty è una persona terrificante, un manipolatore che usa il suo stesso sogno per manipolare chiunque gli sia intorno. La sua ossessione è il futuro, ed è quel futuro che immagina come atleta professionista a modellare i suoi rapporti e la sua vita. Non se ne accorge nemmeno, non ha tempo per farlo, ma quella stessa ambizione è diventata la sua gabbia. Il pubblico lo sa, lo vede, e ne è affascinato e al tempo stesso disgustato.
Marty non ci seduce con la storia del sogno, piuttosto ci affascina e ci respinge: vorremmo essere forti come lui, ma al tempo stesso non così sacrificati e sacrificabili sull’altare delle nostre ambizioni, perché Marty le trasforma in una prigione. Le sporca, come contamina l’intero film. Per questo niente di tutto quel che vedremo sarà in qualche modo legato ai tradizionali film sportivi in cui il campione insegue un sogno e alla fine trionfa: le cose qui vanno in modo radicalmente diverso. Il più grande obiettivo di Marty non viene mai realizzato, e tutto resta sospeso.
Dopo un’epopea durata due ore e mezza di situazioni tragiche, truffe e inganni, il protagonista riesce ad arrivare in Giappone per battersi contro l’unico atleta che lo aveva battuto in precedenza. Qui serve solo come personaggio di uno spot, e per questo il ruolo è chiaro: deve perdere. Ma dopo averlo fatto, si ribella: vuole una partita vera, vuole sfidarsi ad armi pari e dimostrare il suo talento, come cerca di fare dall’inizio del film. Lui è l’unico a conoscenza della sua bravura, l’unico che ci crede. Gli altri lo guardano con disattenzione, tentando di capire cosa sia il ping pong e cercando di vendicarsi di quanto Marty ha fatto loro, puntandogli una pistola, rubandogli dei soldi.
E per questo Marty corre, corre. Lo fa per l’intero film. Scappa e al tempo stesso insegue qualcosa di insieme raggiungibile e irraggiungibile. Per questo è pronto a sacrificare tutto: nessun vero amico, nessuna fidanzata, nemmeno una notte nello stesso posto o stesso letto. Questa continua corsa si riflette nell’ambiente, nella scenografia e nella città di New York: tutto è sudato, sporco, spento. Perfino gli ambienti di lusso sono cupi e trasandati, specchio dell’insoddisfazione a cui il protagonista sarà per sempre condannato.

Non c’è mai tregua in Marty Supreme. Tutto è una corsa disperata che sembra sapere dove sta andando, anche se non ha mezzi. L’ossessione batte il talento, si dice. Ma Marty il talento lo ha, lo conserva e lo usa anche come mezzo per manipolare: è la sua magia, il suo biglietto per la gloria. E per questo lo porta con sé, lo innalza, lo ricorda a un mondo che se ne dimentica. E intanto lui dimentica se stesso, o ciò che ne era. Dopo la corsa frenetica, Marty porta a casa la vittoria contro il giapponese. Questa è l’unica soddisfazione che il film gli concede: nessuna vittoria da campione, nessun vero torneo, nessuna sfida mondiale. Soltanto una partita di ping pong giocata contro un numero irrisorio di persone, ma sotto gli occhi di chi attendeva il suo fallimento.
Finalmente, Marty vince. Si butta per terra, assapora la gloria. Poi lo sguardo si spegne: il momento è già passato, ed è esattamente questo ciò per cui ha lottato. Marty non dice nulla, ma gli occhi lasciano intendere che la felicità non è arrivata nemmeno questa volta. Come se l’insoddisfazione fosse arrivata già un minuto dopo la vittoria: “Ho ottenuto quello che volevo, e adesso?” Adesso arriva la consapevolezza di ciò che si è perso nel cammino per arrivare fin lì, dalle persone a se stessi.
Da quella gabbia in cui l’ossessione lo aveva rinchiuso, Marty ne esce con la consapevolezza di non essere mai stato felice. Ritorna a New York, luogo da cui è sempre andato via e tornato, e riconosce che quel figlio che asseriva non potesse essere suo porta il suo stesso sangue. Guardandolo, per la prima volta, Marty scoppia in lacrime. Ha tenuto botta per mesi, è caduto e si è rialzato, e ha ceduto soltanto quando tutto è finito e ha portato a casa una misera vittoria. Qualcosa che per gli altri non significa niente, che non lo rende una stella e che lo fa tornare a New York da solo, con un passaggio. Nessun eroe, nessuno sportivo che realizza il sogno: solo un antieroe manipolatore e ossessionato che si guarda indietro e osserva da lontano la gabbia da cui è riuscito a tirarsi fuori.
E poi fine: titoli di coda e la possibilità di immaginare ciò che accade dopo. La pellicola non accontenta la sua sete di gloria, gli permette soltanto di berne un sorso prima della fine, come lui stesso faceva con le persone che raggirava: offrire l’illusione di un futuro che non sapranno mai se diventerà reale, di una promessa che potrebbe non mantenersi mai. Se quell’inganno restituirà loro qualcosa indietro. Allo stesso modo, nell’ultima volta in cui vediamo Marty, nemmeno lui sa se tutto quello che ha fatto gli ridarà qualcosa indietro. Qualcosa che valga più della gloria di un istante che, per quanto gratificante, non ha compensato tutto ciò che ha perso. Perché in Marty Supreme la vittoria non è mai un traguardo, ma solo la prova definitiva che nulla di ciò che è stato sacrificato tornerà indietro.






