ATTENZIONE: il seguente articolo potrebbe contenere spoiler su Malice.
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Quando Prime Video ha annunciato Malice, la sua nuova miniserie thriller ambientata tra la Grecia da cartolina e una Londra color perla, qualcuno aveva già messo lo spumante in fresco. David Duchovny nei panni di un riccone antipatico? Jack Whitehall come misteriosa tata dai propositi sinistri? Sottotesti di vendetta, privilegio, tensioni familiari, e magari pure una spruzzata di psicologia da Talented Mr. Ripley?
L’idea sulla carta funzionava. Molto.
Peccato che a un certo punto qualcuno abbia perso la ricetta. E pure il cucchiaio. Malice non è una cattiva serie, il che la renderebbe quantomeno interessante da demolire. No: Malice è quel tipo di produzione che gira su sé stessa come un motorino truccato ma con il freno a mano tirato. È televisione che non ti fa arrabbiare, non ti entusiasma e forse non ti intrattiene nemmeno. Semplicemente accade.
Malice non offende, non rischia, non osa. Si limita a snocciolare diversi luoghi comuni patinati e a giocare con personaggi che sembrano usciti da un generatore automatico di thriller familiari. Il risultato? Una storia, ideata e scritta da James Wood, che vorrebbe essere un cocktail esplosivo… e finisce per sembrare acqua frizzante lasciata aperta troppo a lungo.
Tra Grecia e Londra c’è l’illusione del contrasto

Malice parte in Grecia, e questo è già un buon inizio. Il mare è blu, le piscine più blu ancora, le camicie di lino si stirano da sole. Poi arriva Londra, con le sue tonalità fredde, i vetri satinati e le case dove il parquet non ha mai un graffio.
Il problema? Grecia e Londra potrebbero essere lo stesso posto.
La serie salta tra una location e l’altra come se cambiasse sfondo su Zoom: tutto bello, tutto pulito, tutto intercambiabile. Il mare greco non dà respiro, Londra non chiude in una morsa morale. Nulla influisce davvero sull’atmosfera. Niente dialoga con i personaggi. Non esiste contrasto, né progressione, né senso di luogo. Solo un susseguirsi di set impeccabili in cui accadono cose che avrebbero potuto svolgersi anche in un centro commerciale climatizzato.
E questo è il vero peccato estetico di Malice: l’incapacità di trasformare l’ambientazione in un personaggio. Il mare non sussurra segreti, le scogliere non promettono tragedie, i corridoi londinesi non stringono la gola. Le location sono belle, certo, ma di una bellezza neutra, senza personalità. Sono come quelle case vacanza fotografate per gli annunci immobiliari: luminose, perfette, e assolutamente irrilevanti.
Jack Whitehall: bravissimo… a combattere contro la sceneggiatura
Il personaggio di Adam Healey è il cuore di Malice. O almeno dovrebbe esserlo. Jack Whitehall fa del suo meglio. Sguardi gelidi, sorrisi smaltati, un modo di muoversi calibrato che in altre mani avrebbe potuto creare un antagonista raffinato, inquietante, complesso. Invece si ritrova a interpretare un personaggio che cambia umore e personalità come un interruttore della luce difettoso.
Adam dovrebbe essere ambiguo, sfuggente, indecifrabile. Ma ogni volta che potrebbe insinuare un dubbio, la sceneggiatura corre a puntualizzare che sì, è proprio lui il cattivo, non dubitate. I suoi dialoghi oscillano tra il melodrammatico involontario e il manifesto da supervillain. La sua trasformazione da tata premuroso a sociopatico è così brusca e poco giustificata da sembrare quasi un problema di montaggio.
Whitehall ci prova. Ci crede. Si impegna. E a tratti riesce persino a suggerire un’ombra di psicologia dietro la sua maschera. Ma Malice non gli offre una trama che sostenga la complessità, né momenti che giustifichino davvero la sua deriva vendicativa. Il risultato è un cattivo che funziona sulla carta ma che sullo schermo vaga tra stereotipo e abbozzo.
David Duchovny – L’unico che sembri sapere cosa stia facendo

Se Malice ha un punto luminoso, è David Duchovny. Nel ruolo di Jamie Tanner, un ricco imprenditore inglese pieno di difetti, Duchovny si diverte. E si vede. Jamie è arrogante, egocentrico, pasticcione nelle relazioni affettive ma straordinariamente lucido nel business. È una figura molto più vicina a Hank Moody in giacca e cravatta che al classico magnate infallibile. Duchovny riesce a trasformare la banalità in charme, il cliché in ironia, la prevedibilità in una sorta di performance consapevole. È l’unico attore che sembra aver capito il tono reale della serie: una patina glamour che nasconde una narrazione debole.
Malice: una trama che si dimentica di ciò che racconta
Il problema più evidente di Malice è che la sceneggiatura sembra scritta da più persone che non si sono parlate tra loro. Linee narrative aperte e mai chiuse. Personaggi introdotti e poi evaporati. Azioni che non hanno conseguenze. Suspense annunciata e poi abbandonata.
L’esempio perfetto è Damien (Raza Jaffrey): l’unico personaggio dotato di buon senso, quello che fiuta immediatamente il pericolo. Lo denuncia, capisce tutto, viene eliminato. E poi… niente. Praticamente nessuno lo cerca, nessuno sospetta, nessuno si accorge di nulla. Damien è il simbolo di una scrittura che procede per accumulo e poi dimentica.
Il movente di Adam viene svelato tardi, troppo tardi, e quando arriva lo fa senza portare con sé il peso emotivo promesso. Le rivelazioni sembrano tasselli di un puzzle che non combacia mai. Le tensioni promesse non trovano sbocco. La struttura temporale, con il finale svelato nei primi minuti, non aggiunge tensione, anzi: smonta qualunque interesse.
Il thriller vive di ritmo, conseguenze, scelte. Malice preferisce far scorrere belle inquadrature e sperare che il pubblico non faccia troppe domande.
Un catalogo di cliché (per tutte le esigenze)
È quasi ammirevole la generosità con cui Malice riesce a raccogliere tutti i cliché del genere, uno dopo l’altro, come se stesse spuntando una lista invisibile. C’è il ricco arrogante che sotto la corazza mostra crepe evidenti. La moglie bella e annoiata, interpretata molto bene da Carice van Houten, che vaga tra tentazioni, frustrazioni e intuizioni tardive. Il figlio tormentato che incarna il disagio adolescenziale, e naturalmente, il giovane affascinante ma instabile che si insinua nella vita familiare con un sorriso che nasconde molto più di quanto mostri.
Di per sé, i cliché non sono un problema. Funzionano quando vengono rielaborati o quando servono a raccontare qualcosa di preciso. Qui, però, scorrono uno dietro l’altro senza un vero tentativo di approfondirli o reinventarli, come se la serie avesse deciso di limitarsi a riprodurre ciò che già conosciamo senza alcuna variazione. Il risultato è un insieme di elementi che ricordano un puzzle montato seguendo fedelmente l’immagine sulla scatola ma con i pezzi incollati alla meglio, senza mai arrivare a creare qualcosa che stia davvero insieme.
Il ritmo: una lunga attesa di qualcosa che non arriva mai
Il difetto forse più evidente, quello che davvero segna lo spettatore, è la lentezza. Non la lentezza contemplativa delle opere raffinate ma quella della maratona al rallentatore.
Le scene si trascinano. I dialoghi vagano. I personaggi pensano molto, agiscono poco. La tensione promessa non arriva quasi mai, e quando arriva è talmente debole da sciogliersi in pochi secondi.
Ci sono alcune scene ben fatte, come quella in cui Adam viene fermato dalla polizia perché sta guidando con il cellulare in mano. E dal suo bagagliaio provengono suoni strani. Ma in generale Malice è lenta e pesante. Di una lentezza innocua, mai irritante fino in fondo. Che porta con sé, però, una sensazione inequivocabile: la percezione che il tempo passi senza accumulare nulla. È una serie che invita lo spettatore a distrarsi, non a concentrarsi.
Malice: un’occasione mancata

Eppure, e questo è importante sottolinearlo, Malice avrebbe potuto essere una miniserie interessante.
Non originale, certo. Ma solida. La premessa c’era. Un giovane tormentato che orchestra una vendetta contro un uomo potente. Una famiglia disfunzionale nel mirino. Due location opposte cariche di potenziale simbolico. E attori capaci di sostenere ruoli ambigui.
Ma la serie sceglie sempre la strada più facile. Quella di non approfondire. Adam resta un enigma. Jamie resta una maschera. La famiglia Tanner è un insieme di funzioni narrative. E il tema della vendetta, il più classico del mondo, diventa semplicemente un meccanismo di trama.
L’arte di sembrare, senza essere
Malice è una miniserie elegante, ben confezionata, esteticamente piacevole. È come un vestito nuovo indossato con grande sicurezza ma con la paura di stropicciarlo. Ha una bella stoffa, buone idee, un cast di ottimo livello. Ma manca della cosa più importante: un’identità.
Non è abbastanza psicologica per essere un thriller mentale e non è abbastanza cattiva per essere una vendetta appagante. Non è abbastanza ironica per essere satira e non è abbastanza sexy per essere un dramma sensuale. Infine, non è abbastanza sorprendente per lasciare un ricordo.
Allora cos’è? È una serie che avrebbe potuto essere molto e finisce per essere poco. Non delude davvero, non irrita davvero, non affascina davvero. Semplicemente… non resta.
Se cercate un intrattenimento piacevole da tenere in sottofondo mentre fate altro, Malice è un buon candidato. Ma se cercate un thriller che lasci il segno, che vi tenga svegli, che vi trascini nei suoi abissi morali… beh, il titolo promette malizia ma quello che troverete è soprattutto superficie. Una superficie bella, lucida ma incapace di riflettere qualcosa di davvero interessante.







