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Una battaglia dopo l’altra – La Recensione del film che potrebbe trionfare agli Oscar 2026

Leonardo Di Caprio è Pat
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ATTENZIONE: L’ARTICOLO CONTIENE SPOILER SU UNA BATTAGLIA DOPO L’ALTRA

L’ultima fatica di Paul Thomas Anderson, Una battaglia dopo l’altra (titolo originale: One Battle After Another), è senza dubbio il caso cinematografico del 2025/2026. Uscito nelle sale italiane lo scorso 25 settembre, il film arriva alla vigilia della cerimonia degli Oscar con ben 12 candidature, confermando la creatività intellettuale e il virtuosismo tecnico del regista, che ne fanno uno dei più influenti della sua generazione. La pellicola è liberamente ispirata al romanzo Vineland di Thomas Pynchon che tra le mani di Anderson è divenuto un thriller di quasi tre ore (162 minut) in cui si mescolano azione, satira politica e dramma famigliare. Se poi aggiungiamo i nomi di Sean Penn, Leonardo Di Caprio, Benicio del Toro e Teyana Taylor (fresca di Golden Globe come miglior attrice non protagonista), il risultato è quasi perfetto.


La storia segue Pat “Ghetto” Calhoun\Bob Ferguson un ex-rivoluzionario in pensione che vive come un latitante smarrito, tormentato dalla paranoia e dall’effetto del fumo di marjuana. Quando il colonnello Steven J. Lockjaw, un nemico del suo passato, riemerge minacciando sua figlia Willa, Pat\Bob è costretto a riunirsi con vecchi alleati, tra cui il carismatico Sensei Sergio, in una corsa contro il tempo e contro un sistema americano sempre più distorto e autoritario. Detta in questo modo la trama non sembra nulla di così originale ma è proprio in mezzo a soprannomi improbabili, situazioni al limite del grottesco e battute sarcastiche, che Anderson tratteggia un ritratto crudo della politica americana, destra e sinistra. L’utopia del passato che ha caratterizzato quest’ultima ideologia va a sbattere testardamente con la sua impossibilità di realizzazione in tempi marci e caotici come quelli del presente.

Leonardo Di Caprio è Pat
Credits: Warner Bros. Pictures

Il Pat\Bob di Leonardo Di Caprio è l’incarnazione dell’uomo sconfitto, stordito dalle droghe, “bollito” ma che si prende maledettamente sul serio tramite comportamenti e ragionamenti del tutto anacronistici. Un ex-radicale che ha dimenticato persino i codici segreti del suo vecchio gruppo di compagni rivoluzionari (la sequenza della telefonata è probabilmente tra le più spassose e iconiche del film). A fare da contraltare, un villain degno di questo nome, interpretato dal favoritissimo alla corsa agli Oscar, Sean Penn. Il colonnello Lockjaw è un individuo fanatico e xenofobo, rappresentazione macchiettistica di alcuni personaggi della politica occidentale contemporanea. È il lato oscuro ma terribilmente reale dell’America di oggi (e di ieri). Protagonista e antagonista combattono sullo stesso campo di battaglia, dove la rivalità e il contrasto per le loro ideologie politiche si trasforma in dramma famigliare e sociale. Entrambi sono il risultato di un sistema logorato e corrosivo. Due facce della stessa nazione.

E tra i due si fa strada l’unica persona che potrebbe reinventarla, quella nazione: Willa, la figlia sedicenne di Pat\Bob (o forse di Lockjaw?) che viene prima rapita e poi salvata, per affacciarsi infine alla soglia della porta di casa con lo scopo di inseguire una nuova rivoluzione, come suo padre vent’anni prima. Una battaglia dopo l’altra, una generazione dopo l’altra. Durante la visione del film si ride per le gag, per le azioni rocambolesche, per l’assurdità, ma sempre a denti stretti. Infatti, una volta sollevati tutti gli strati polverosi di cui è composta la trama, prendiamo coscienza che il racconto cinicamente affilato di Anderson non è altro che l’analisi lucida e puntuale del canto del cigno degli Stati Uniti. Ed è folgorante.


Se possiamo criticare un inizio un po’ lento, dobbiamo però ricrederci nel momento in cui Una battaglia dopo l’altra ingrana la marcia, tra colpi di arma da fuoco e intrighi, raggiungendo il suo culmine nella sequenza dell’inseguimento finale. Qui c’è tutta la maestria tecnica e l’esperienza del regista, che ci fa sobbalzare e sussultare tra quei dossi su di una strada senza orizzonte della California.

Sean Penn
Credits: Warner Bros. Pictures

22 minuti di vertigine e di vuoto allo stomaco, durante un tramonto saturo di arancione e viola che sembra quasi radioattivo (grazie alla fotografia di Anderson stesso). In ogni manovra della macchina di Pat\Bob si percepisce il tremolio della cinepresa, il peso della lamiera, l’odore di asfalto e gomma bruciata. Per girare questa sequenza il regista ha utilizzato macchine da presa VistaVision, così da poter mantenere una risoluzione altissima anche durante i sobbalzi più violenti. E l’effetto si sente – eccome se si sente – soprattutto se avete visto il film in una sala cinematografica.


Infine non possiamo non soffermarci sulla colonna sonora di Una battaglia dopo l’altra firmata da Jonny Greenwood (nonché chitarrista dei Radiohead). Dopo aver collaborato con il regista in film come Il Petroliere e Il filo nascosto, il celebre musicista per questa pellicola ha creato una partitura frastagliata e nervosa, contribuendo a incrementare il livello di tensione dello spettatore. Nella già citata sequenza dell’inseguimento, per fare un esempio, la musica sembra ridursi al battito di un singolo tasto di pianoforte. Una sorta di allarme insistente e martellante. In altri passaggi dell’opera, invece, le tracce si fanno più intime, dando una tregua al ritmo serrato che fa da sfondo all’intera vicenda.

Manca poco più di un mese alla cerimonia di premiazione degli Oscar 2026 e, dopo avere analizzato l’autorialità di questo film, crediamo che le probabilità di aggiudicarsi più di una statuetta siano molto elevate. In definitiva, Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson è una sfida interessante, sia per il regista stesso sia per il pubblico, perché mescola generi diversi riuscendo ad amalgamarli e a metterli in scena con onestà, sincerità, divertimento e profonda intelligenza. È un film che va a braccetto con quello di un regista più giovane ma altrettanto lucido: il densissimo Eddington di Ari Aster (di cui potete leggere la nostra recensione). Quando un regista ha tanto da dire e riesce a trasmettere il suo messaggio con chiarezza e intrattenimento, come ha fatto Anderson, noi non possiamo che accodarci agli elogi della critica internazionale e attendere con impazienza il verdetto finale degli Oscar 2026.