Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler sul film Marty Supreme.
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C’è una domanda che aleggia nell’aria dal 22 gennaio, il giorno in cui Marty Supreme – pellicola candidata agli Oscar – è arrivata sul grande schermo di tutti i cinema del mondo: ma alla fine, chi è davvero questo Marty Supreme? Un interrogativo spinoso che apre le porte a molteplici scenari, in bilico tra finzione e realtà. Perché il nuovo film con Timothée Chalamet è troppo autentico per essere un film. Ed è, al tempo stesso, troppo assurdo per essere semplicemente un film. Troppo, in ogni direzione. Come il suo protagonista: un ragazzo che non cede mai e che offre tanto, forse troppo, a tutti. Ossessione, sacrificio, dedizione assoluta, a qualsiasi costo: tutto questo è troppo e, proprio per questo, il ping pong diventa presto sia pace che condanna. Sia fuga che trappola.
E quindi, alla fine, chi è davvero Marty Supreme? È esistito davvero quell’atleta che ha trasformato quel ‘troppo’ in una vittoria in Giappone, sotto gli occhi di chi aspettava la sconfitta? Tutto ciò che abbiamo visto in Timothée Chalamet nel film in corsa per gli Oscar condivide qualcosa con la realtà? E tutte quelle truffe, quegli artifici, quegli inganni? Fino a che punto si è spinto, nella realtà, Marty Supreme per diventare l’atleta che ha sempre preteso di diventare?
Il vero Marty Supreme esiste, e si chiama Marty Reisman. E si dice che non abbia mai giocato per divertimento in tutta la sua vita

Tutto vero: Marty Supreme, nella realtà noto come Marty Reisman, è davvero esistito. E quel ritratto della pellicola con Timothée Chalamet non è soltanto frutto di un ruolo cucito su misura per l’attore. È la rappresentazione di un atleta che, per raggiungere il proprio sogno, è stato disposto a tutto, facendo infuriare diverse persone e facendosi ricordare per il suo talento e per il suo carattere. Genio e sregolatezza: Marty Supreme non mente riguardo all’atleta che lo ha ispirato.
Come si vede nella pellicola, Reisman possedeva un carattere magnetico, parlava velocemente – come se le parole fossero esse stesse una pallina in una partita di ping pong – raccontava storie che spesso, anche se reali, arricchiva con dettagli ammalianti che finivano per sedurre il suo interlocutore, manipolandolo e portandolo dalla propria parte. D’altronde, Marty parlava come giocava: senza chiedere il permesso e tentando sempre di vincere il punto.
Le bugie che Marty raccontava non erano mai legate al gioco – nessuna pallina truccata – ma a tutto ciò che gli gravitava intorno.
Come raccontato nel film, è vero che per andare in Giappone e partecipare a una competizione importante contro Hiroji Satoh Marty fece l’impossibile. Per giungere fin lì occorrevano dei soldi. E uno dei modi migliori per racimolarli era giocare nelle sale da biliardo del Broadway Table Tennis Club di Lawrence, all’incrocio tra la 54esima e Broadway. Giocava contro giocatori amatoriali, si mostrava debole nel primo turno per poi alzare la posta, vincendo le scommesse e portando a casa diversi dollari. Ciò che Marty comprenderà presto è che il ping pong – e, più in generale, lo sport – non è soltanto tecnica: è, soprattutto, psicologia.
Per questo inizia a mostrarsi poco abile per poi fregare il prossimo, trarlo in inganno e rivelarsi soltanto quando ormai totalmente sottovalutato dall’avversario.
A posteriori, Marty racconterà quegli anni parlando di mera sopravvivenza, descrivendosi come un ragazzo che tenta di prendere quello che riesce nella caotica New York degli anni ’40. Durante quei momenti, quando tentava – e riusciva – a vincere le partite per farsi dei soldi, Marty parlava senza mai tacere, spingendosi spesso oltre il gioco e commentando in modo spudorato le fidanzate, gli amici o il modo di vestire del suo avversario, mettendolo sotto pressione e innervosendolo. Parlare significava gareggiare, rendere ancora più viva la sfida. Non c’era momento che, per Marty, potesse essere consumato nel silenzio. Al contrario, lo considerava una resa.
Ma il film non ha mentito: la vita di Marty Supreme non è stata solo furbizia e un continuo tentativo di evadere dal degrado, dalla povertà e dal negozio di scarpe in cui non avrebbe mai voluto lavorare. C’è stato un momento in cui quel già precario equilibrio dovette infrangersi, facendo i conti con un fallimento che l’atleta non aveva calcolato e che arrivò come uno schiaffo in faccia a un uomo che mai, prima di allora, aveva messo in discussione se stesso. Ai campionati del mondo di Mumbai, il giapponese Hiroji Satoh si presentò con una racchetta mai vista prima, ignota a Marty, ricoperta di legno e gommapiuma. La cosa turbò Marty che, per la prima volta restò sconfitto in una gara che Satoh vinse facilmente, ribaltando i ruoli come faceva Reisman prima di lui.

Da questa parte del racconto, dopo aver mostrato le truffe, gli inganni e la vittoria in Giappone, Marty Supreme si ferma. Non mostra più nulla della vita dell’atleta.
L’intento del film non era quello di ricostruire il successo e il sogno realizzato, ma raccontare la perenne insoddisfazione, l’infelicità e l’irriverenza di un atleta condannato a non essere mai davvero felice, ma solo schiavo del proprio ego e della sua ossessione per il ping pong. Nella vita reale, però, quella vittoria in Giappone si trasformò nella vera concretizzazione del sogno: Marty diventò un giocatore di livello mondiale, continuando a giocare e a vincere titoli in tutto il mondo anche a settant’anni, quando ormai tutti i suoi colleghi avevano messo via la racchetta.
Tutto ciò che vediamo in Marty Supreme, legato al mondo del ping pong e al carattere dell’atleta che ne è diventato il volto, è reale.
Tutto ciò che è collaterale è invece frutto della fantasia del film, come il suo rapporto con l’attrice interpretata da Gwyneth Paltrow. Molto probabilmente anche Rachel Mizler è una creazione narrativa, anche se il suo ruolo potrebbe essere stato ispirato a un racconto di Sports Illustrated, in cui si narra che Marty fu trovato nudo, nascosto in un armadio, da un marito furioso che brandiva un fucile calibro 12, esattamente come vediamo nel film proprio con il marito di Rachel.
Ciò che Marty Supreme racconta è frutto di qualcosa realmente avvenuto. La storia di un atleta determinato, ossessionato dal proprio talento. Uno di quelli che lo sport che hanno plasmato e trasformato il ping-pong, mostrando al mondo come un tavolo e una racchetta possano farti sentire il Re del mondo.
Marty Supreme è morto nel 2012, all’età di 82 anni. Aveva smesso di giocare solo dieci anni prima. Di lui, ancora oggi, si raccontano tre cose: fu trovato nudo, nascosto in un armadio, da un marito arrabbiato; l’unica cosa su cui avrebbe mai scommesso era se stesso. Non giocò mai per divertimento in tutta la sua vita.

