7. Paterson
In Paterson, infine, l’alienazione del protagonista è scandita dalla routine di giornate sempre uguali. Giornate che si susseguono seguendo le linee invisibili che legano le strade della città, battute ogni mattina con lo stesso grigio trasporto. Paterson è un autista di autobus che segue tutti i giorni lo stesso percorso. Dalla rimessa fino al capolinea, andata e ritorno, ogni mattina lo stesso tran tran. Ha gli orari ben definiti, le tappe scandite dal solito segnale luminoso. Le porte si aprono e sale gente a bordo. Gente ogni volta diversa, volti che si sovrappongono e si confondono nella parola larga e sfumata che li definisce: “passeggeri”. Entrano, si siedono, chiacchierano, prenotano la fermata successiva e scendono, quasi sempre senza lasciare un segno.
L’autobus è solo un mezzo, attraversa la città nel silenzio, confondendosi nel paesaggio urbano. La vita di Paterson si annulla nella meccanicità del suo lavoro. È metodico, segue la routine, viaggia trascinato dall’abitudine di un’esistenza sempre uguale, con le stesse tappe, lo stesso punto di partenza e lo stesso capolinea. Ogni giorno, sempre uguale. Jim Jarmusch apre ogni giornata con l’inquadratura del letto dove Paterson dorme insieme alla sua compagna Laura, un nome dolce che è un richiamo alla poesia petrarchesca. Si alza alla stessa ora, prende le sue cose e si avvia al lavoro. Segue ogni giorno lo stesso percorso, finché il turno finisce e rientra a casa, la sera.
Cena con Laura, affezionata alle sperimentazioni della cucina light. Poi prende Marvin, il loro cane, ed esce a fare una passeggiata, facendo capolinea al solito bar dove si consumano le vite di tante altre anime solitarie come la sua. Paterson è un film da vedere per la sua essenzialità, il suo stile e la sua poetica.
Adam Driver ha il volto giusto per interpretare un personaggio che si perde nel contesto. Non a caso, ha lo stesso nome della città in cui vive, una cittadina del New Jersey che potrebbe essere l’Ohio di Jim Jarmusch così come qualsiasi altro centro urbano degli Stati Uniti, in cui le persone faticano a salvarsi dalla massa e annullano la propria individualità in un mondo che corre veloce come i suoi mezzi di trasporto. Paterson ha però un hobby che lo salva dall’annichilimento: la poesia. Scrive versi nelle pause del lavoro, mentre mangia o prima di partire per una corsa. Riempie il suo taccuino con parole ispirate alla quotidianità, alle piccole cose che solitamente neanche notiamo. Come un pacchetto di fiammiferi con la scritta a megafono.
L’esercizio poetico qui non è un atto rivoluzionario e nemmeno una fiera affermazione di sé. È più che altro un passatempo che sfida la noia, che la controbilancia col potere dei versi. La poesia in Paterson è un gancio a cui aggrapparsi per salvarsi dall’alienazione totale. È un modo per restare ancorati alle proprie vite, una forma di resilienza più che di resistenza. Paterson è un film da vedere per comprendere l’alienazione sociale dei tempi moderni, esasperata dalla routine e dalla noia. Questo film potrebbe apparire noioso in più passaggi, proprio perché si concentra sulle piccole cose e su una routine insignificante. Ma è proprio quello lo scopo del regista, che offre ai suoi personaggi una pagina bianca con cui evadere e resistere.
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