Mulholland Drive

Mulholland Drive è uno di quei film che non cambiano semplicemente genere a metà, ma mettono in discussione l’idea stessa di genere, di racconto e perfino di identità. All’inizio si presenta come un noir enigmatico, immerso in una Hollywood notturna e affascinante, fatta di strade sinuose, luci soffuse e promesse mai dichiarate. C’è un incidente misterioso, una donna che perde la memoria, un’altra che sogna di diventare attrice. Lo spettatore viene invitato a fare ciò che ha sempre fatto con questo tipo di film: seguire gli indizi, collegare i punti, cercare una logica nascosta sotto la superficie.
La prima parte di Mulholland Drive gioca deliberatamente con queste aspettative. Il film sembra promettere una storia complessa ma decifrabile, un puzzle narrativo che, con attenzione e pazienza, può essere risolto. I personaggi appaiono coerenti, le situazioni strane ma non zigzaganti, il mistero centrale sembra avere una direzione. Hollywood viene rappresentata come un luogo ambiguo ma ancora seducente, dove il sogno e il pericolo convivono. È un cinema che strizza l’occhio allo spettatore, lo invita a sentirsi intelligente, parte attiva del gioco.
Poi, a metà pellicola, accade qualcosa che non può essere spiegato con le categorie tradizionali del racconto. Il film non svolta: crolla. La struttura narrativa si spezza, le identità dei personaggi si ribaltano, le certezze accumulate fino a quel momento vengono dissolte senza alcuna spiegazione rassicurante. Non c’è un cambio di genere nel senso classico del termine, perché Mulholland Drive non passa semplicemente dal noir al dramma o dall’enigma al thriller psicologico. Passa dalla narrazione all’esperienza.







