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C’è una sensazione di peso, quasi di stanchezza morale, che attraversa questi nuovi episodi di Accused (in onda ogni martedì su NOW). Un peso che non deriva da colpi di scena o rivelazioni improvvise, ma da qualcosa di più sottile e disturbante: la consapevolezza che il confine tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato non è mai netto quando entra in gioco il senso di responsabilità. Le storie di Justin e Val sembrano dialogare proprio su questo terreno instabile, costruendo due racconti diversi ma profondamente affini, accomunati da un esito tragico che non cerca colpevoli semplici. Accused continua a interrogarsi su una domanda centrale: quando una responsabilità diventa colpa? E, soprattutto, chi ha il diritto di stabilirlo? In questi episodi, la responsabilità non è mai individuale, isolata, ma sempre il risultato di una rete di relazioni, aspettative e silenzi.
È qualcosa che si distribuisce, si frammenta, si nasconde dietro buone intenzioni e scelte rimandate.
Nel caso di Justin, la responsabilità assume la forma dell’omissione. Non di un gesto apertamente malvagio, ma di una rinuncia: rinunciare a intervenire, rinunciare a fermare un meccanismo che si è messo in moto e che sembra ormai inarrestabile. È una responsabilità che nasce dall’illusione di poter controllare le conseguenze, di poter rimandare la decisione “giusta” a un momento più opportuno. Il problema, come Accused suggerisce con lucidità crudele, è che quel momento spesso non arriva mai. La serie mette così in discussione una delle convinzioni più rassicuranti: l’idea che basti avere buone intenzioni per essere nel giusto. Justin non agisce per cattiveria, ma per proteggere un futuro, per un distruggere un sogno che sente anche un po’ suo. Eppure, proprio questa identificazione emotiva diventa una trappola. La responsabilità si trasforma in colpa nel momento in cui il silenzio viene scambiato per protezione, e la prudenza per compassione.

Ma Accused complica ulteriormente il discorso rifiutando una lettura unidirezionale. La responsabilità non grava su un solo individuo, ma si disperde tra più figure adulte, tutte in qualche modo consapevoli, tutte in qualche modo complici. È una responsabilità collettiva che il sistema giudiziario fatica a rappresentare, perché il diritto ha bisogno di un nome, di un volto, di una pena. E così qualcuno finisce per pagare più degli altri, non necessariamente perché sia il più colpevole, ma perché è il più esposto. La storia di Val si muove su un terreno ancora più ambiguo, dove la responsabilità si intreccia con il trauma. Qui la questione non è tanto l’azione, quanto la non-azione. Fino a che punto siamo moralmente obbligati a intervenire? Esiste un dovere universale che prescinde dalla storia personale, dal dolore subito, dalla paura accumulata nel tempo?
Val non è chiamata a scegliere tra il bene e il male, ma tra due mali diversi: intervenire e riaprire una ferita mai guarita, oppure non farlo e convivere con le conseguenze di quella scelta. In questo senso, la responsabilità diventa una questione di limiti. Fino a dove possiamo spingerci nel pretendere che una vittima agisca secondo un ideale etico astratto? E chi decide quando quel limite è stato superato? Anche qui, Accused rifiuta l’idea del capro espiatorio. La responsabilità si moltiplica, si riflette in altre figure, in altre scelte, in altre paure. Nessuno è completamente innocente, ma nessuno è nemmeno completamente colpevole. È in una zona grigia che mette profondamente a disagio, perché ci priva della possibilità di schierarci senza riserve.
Ciò che accomuna davvero le storie di Justin e Val è il modo in cui la serie smonta il giudizio a posteriori.

Guardare indietro, sapendo già come andranno le cose, rende tutto più semplice. Le decisioni appaiono improvvisamente ovvie, le alternative chiarissime. Ma Accused insiste nel ricordarci che le scelte vengono prese sempre nel presente, sotto pressione, dentro un contesto emotivo che altera la percezione del rischio e della responsabilità. Ed è qui che la specie colpisce più a fondo: nel coinvolgimento diretto di noi spettatori. Non ci chiede di giudicare i personaggi, ma di metterci al loro posto. Di chiederci non cosa sarebbe stato giusto fare, ma cosa saremmo riusciti a fare davvero. Avremmo avuto il coraggio di distruggere un futuro per salvarne una vita? Avremmo trovato la forza di intervenire contro chi ci ha fatto del male, ancora una volta?
In questi episodi, Accused sembra suggerire che la responsabilità non è una linea netta da attraversa, ma una soglia che cambia a seconda di chi siamo, di ciò che abbiamo vissuto, di quanto siamo disposti a perdere. Non esistono scelte “giuste”, solo decisioni possibili in un dato momento. Alla fine resta un senso di irrisolto, di inquietudine. Lascia aperte le domande, e ci costringe a portacele dietro. Ci ricorda che il confine tra responsabilità e colpa è spesso tracciato dopo, quando ormai è troppo tardi. E che giudicare è facile solo quando non siamo noi a dover scegliere.






