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Episodio dopo episodio, Accused (in onda ogni martedì su Sky e NOW) continua a dimostrare di essere una serie che usa il tribunale come cornice e non come centro del racconto. Il terzo e il quarto episodio – dedicati alla storia di Marcus e di Margot – confermano questa impostazione, spostando ancora una volta lo sguardo lontano dalla dinamica processuale per concentrarsi su ciò che precede il banco degli imputati: quel momento, spesso invisibile e silenzioso, in cui una serie di scelte, omissioni e compromessi trasforma una vita ordinaria in una storia giudiziaria. La serie non è interessata al “dopo”, alla spettacolarizzazione del processo, ma al “prima”, a tutto ciò che lentamente prepara il terreno alla caduta. Se nei primi due episodi la serie aveva già messo in discussione il concetto di colpa, qui il filo conduttore diventa ancora più intimo e doloroso: la fiducia, e il trauma che nasce quando viene tradita da chi consideriamo parte della nostra identità.
La storia di Marcus è, in questo senso, una tragedia contemporanea. Un sogno condiviso fin dall’infanzia – fondare una compagnia high-tech di successo – si realizza grazie a un’amicizia che sembra indissolubile, quella con l’amico di sempre, Pete. Accused ci accompagna all’interno di questo rapporto, mostrandoci non solo l’ambizione e l’euforia del successo, ma anche ciò che succede quando tutti i tuoi sogni crollano improvvisamente. Il segreto taciuto di Pete non è soltanto un errore professionale, ma una frattura indissolubile. Marcus non scopre solo un problema tecnico – che è costato la vita a una persona – ma scopre di non conoscere davvero l’uomo con cui ha costruito tutto. È, prima di tutto, una rivelazione esistenziale. Marcus si trova di fronte a una verità che incrina l’immagine dell’uomo con cui ha condiviso sogni, ambizioni e un’intera vita costruita insieme. Il litigio che porta alla morte di Pete è il risultato di una fiducia che sembrava imprescindibile ma che si è tragicamente frantumata.
Accused non giustifica l’atto, ma lo contestualizza.

Il tribunale, come sempre, resta sullo sfondo. La vera aula di tribunale siamo in realtà noi spettatori, chiamati a valutare non solo l’atto finale, ma l’intero percorso emotivo che lo precede. Marcus è colpevole? Cosa avremmo fatto, noi, al suo posto? E al posto di Pete, invece? Avremmo nascosto l’accaduto, permettendo così al sogno di una vita di decollare, o avremmo fatto a finta di niente, buttando all’aria anni di lavoro e sacrificio? Se l’episodio di Marcus diventa così una riflessione sulla responsabilità morale e sulle scelte che cambiano il corso di una vita e di una carriera promettente, quello dedicato a Margot sposta l’attenzione su un terreno apparentemente più intimo, ma non meno crudele. Margot ha settant’anni, una vita di amicizie consolidate e una routine che viene scossa dall’ingresso di Alexei, giovane maestro di ballo tanto affascinante quanto ambiguo. Il corso di danza diventa presto qualcosa di più: un’occasione di rinascita.
Il nodo centrale, anche qui, è la fiducia. Margot scopre che le sue amiche stanno finanziando segretamente Alexei per aiutarlo ad aprire una scuola di ballo, e decide di fare lo stesso. È un gesto che nasce dal desiderio di appartenenza, di condivisione, ma anche da un bisogno più profondo: sentirsi speciali agli occhi di qualcuno. Quando emerge la dura verità il racconto cambia direzione. Il tradimento non arriva solo dall’esterno: una delle amiche accusa Margot di essere complice della truffa, di aver tratto vantaggio dalla situazione, trasformandola da vittima a carnefice. Margot, quindi, non è solo accusata di frode: è tradita dalle persone che avrebbero dovuto conoscerla meglio di chiunque altro. Il parallelo tra Marcus e Margot diventa allora evidente. In entrambi i casi, la fiducia negli amici di una vita è il punto di partenza e, allo stesso tempo, la causa della caduta. Marcus si fida di Pete al punto da non mettere in discussione il loro lavoro. Margot si fida delle sue amiche e di Alexei perché ha bisogno di credere in qualcosa che dia senso al presente.
Quando la fiducia viene meno, le conseguenze sono irreversibili.

La forza di Accused sta proprio nella sua capacità di trasformare storie individuali in dilemmi universali. Non ci chiede di stabilire chi ha ragione, ma di interrogarci su cosa avremmo fatto noi. Avremmo denunciato un amico sapendo di distruggere tutto ciò che abbiamo costruito insieme? Avremmo ammesso di essere stati manipolati, rischiando di perdere la stima delle persone più care? Marcus e Margot restano figure sospese, segnate da scelte che non possono più essere corrette. Ogni episodi diventa così una sorta di specchio morale, in cui la colpa non è mai isolata, ma distribuita tra scelta, silenzi e bisogni inespressi. Alla fine, poco importa il verdetto della giuria.
Accused sceglie consapevolmente di non seguire avvocati, investigatori o meccanismi procedurali legati alla ricerca della verità processuale. Il tribunale resta una cornice, quasi un pretesto narrativo. Anche in questa seconda stagione, ogni episodio è costruito come un tassello che ci mette direttamente nei panni dell’accusato, costringendoci a osservare gli eventi dal suo punto di vista. Le storie dei protagonisti di Accused funzionano proprio perché potrebbero essere storie di tutti noi. Non sono casi eccezionali, né personaggi estremi: sono persone comuni. Ed è proprio questa normalità a rendere Accused così disturbante.



